Recensioni

7.0

Di norma, approcciandosi ad un’opera narrativa ha poco senso partire dall’indice dei capitoli in calce. O meglio: è un’operazione spesso trascurata, difficilmente essenziale, quasi sempre snobbata. Viceversa per Memorial Device, esordio nella fiction del critico musicale di The Wire David Keenan, la faccenda aiuta a comprendere il tono del volume e a entrare al meglio nello spirito del viaggio: «doposbronza diurni curabili solo con una sessione di masturbazione frenetica» (pagina 22), «aveva cercato di farsi rimuovere i testicoli dal sistema sanitario» (pagina 64), «ho pensato che gli avessero aperto la testa per tirargli fuori il cervello con un cucchiaio» (pagina 176), «la sposa dei miei sogni che ovviamente è mia madre ma senza vagina per favore» (pagina 250).

Perché c’è un’unica modalità di approccio alla quale affidarsi se vuoi descrivere con autorevolezza l’esistenza fittizia di personaggi fittizi che formano una band fittizia nella Scozia non fittizia di inizio anni 80, ovvero mutuarne il linguaggio e il punto di osservazione. Con trasporto e senza giudizio. Sport nel quale l’autore – già strumentista, cronista, venditore di dischi e agitatore culturale – eccelle per un motivo intuibile: stava lì, più o meno sobrio e armato di spirito battagliero. (Il capitolo II è intitolato «Tutto questo è così inutilmente sbagliato». Può essere; eppure essenziale).

I dati: Memorial Device – romanzo portato in Italia dalla neonata Double Nickels, casa editrice con focus sui «libri che esplorano il territorio di frontiera tra musica e letteratura» – è la cronaca della vita di un complesso inesistente che gravita in una galassia al contrario più vera del vero e, come tale, mica facile da gestire. La scena so called post-punk scozzese di trent’anni fa, nottate e mattine funzionali per restituire l’universo in cui è cresciuto Keenan. Vizi, virtù, debolezze e confusioni di una generazione provata dalla crisi economica, dal collasso dello stato sociale (l’ombra del thatcherismo si staglia ovunque. Il grigio ovattato degli appartamenti scarni, i capannoni dismessi, le lamiere rugginose) e dalla speranza disattesa di una redenzione. E se la prassi non è nuovissima – si chiama autofiction; funziona da secoli – meritevole è il risultato. Ogni riga una polaroid, ogni forzatura del parlato una liberazione e persino i manierismi finiscono per avere una qualche forma di grazia. Del resto a Keenan, ai suoi buffi alter ego e alle proiezioni sgangherate, tendiamo a perdonare quasi tutto.

Poi c’è la musica, quella che salva la vita del protagonista Ross Raymond allorché nel 1981 sbatte il muso contro una serie di oggetti preziosi: il primo album dei Ramones, Boom dei Sonics, Easter Everywhere dei 13th Floor Elevators, i Can, la Metal Box dei PiL e Johnny Thunders (per qualche motivo ad Airdrie, la città in cui si svolge Memorial Device, «eravamo tutti fissati con Johnny Thunders.») Ecco come mai sceglie di gettarsi nella mischia. La musica che lo spingerà a tornare sui propri passi, stendendo su carta un diario intimo e universale di quanto è stato: il sospetto mai sopito verso chi ama il synth-pop, il malcelato amore per Elvis – a occhio il più autentico tra i pagliacci rock – o le serate al pub quando fai sempre le stesse cose ma ti senti a casa («a un certo punto Damien ha rotto con un morso un bicchiere di vetro e poi ha detto: volete scommettere che me lo mangio? ») Gli amori interni o esterni al gruppo – conoscersi nei rispettivi periodi satanici può essere un bene – e il tempo che scorre inesorabile: l’interprete principale del libro.

Del resto, come numerosi romanzi sulla mitizzazione del passato, anche Memorial Device è un modo per fare i conti con il presente. Con ciò che siamo diventati e con le aspettative di un’età adulta diversa dalla pianificazione adolescenziale, dai giorni della ribellione e delle albe trascorse a fantasticare («l’ho fatto perché, per un attimo, anche quando tutto sembrava impossibile tutti facevamo di tutto: leggere, ascoltare, scrivere, creare»). Però amen, al pari di un buon disco che metti su all’infinito cogliendone ogni volta sfumature nuove, esiste l’opzione di rinverdire la giovinezza. Esagerando. Gonfiandola, illudendosi. Scrivere di sé stessi per confrontarsi con l’umanità intera serve esattamente a questo e David Keenan – oggi grandicello, forse responsabile, certo lucido – si direbbe averlo capito proprio bene.

Post scriptum. Menzione d’onore per le tre appendici al testo. La prima è una discografia dei Memorial Device comprendente le edizioni non ufficiali degli LP e degli EP (elemento, per un gruppo che non esiste, apprezzabile); la seconda è una mappa del post-punk di Airdrie; la terza è una lista di individui che hanno reso immortale la suddetta scena (tipo Jared Bishop, DJ del Joy of Toy «che non indossava mai le mutande», oppure Mister Diciotto Centimetri.) In tempi di reclusione, uno stimolo per sperare di tornare a viaggiare, incontrarsi, deridersi e poi, se va bene, lasciarsi pagata una pinta.

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