Film

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Déjà vu (in francese “già visto”), chiamato anche paramnesia è la sensazione di aver vissuto precedentemente un avvenimento o una situazione che si sta verificando. (Wikipedia)

Oltre Mulholland Drivec’è Inland Empire (INLAND EMPIRE…), in una Los Angeles, quella di David Lynch, che sembra avere una geografia ignota, dove i quartieri somigliano a scatole cinesi che contengono a loro volta altre scatole cinesi. Oltre Mulholland Drive c’è un film che ripiega il piano narrativo più e più volte come fosse un foglio di carta su cui restano impressi i segni precedenti. Ampiamente preceduto da una campagna stampa che lo definiva come il più sperimentale dei suoi film e che dalla preview veneziana lanciava i consueti aneddoti di fronti ben divisi tra entusiasti e contestatori, l’ultimo Lynch si lancia sulle gelide ali del digitale, oltre l’ancoraggio alla narrazione lineare come presupposto per la verosimiglianza. E’ questa senza tanti giri di parole, la caratteristica fondamentale di INLAND EMPIRE: andare sempre più vicini alla grammatica dell’onirico, scomponendo la narrazione in tanti frammenti apparentemente inconciliabili l’uno con l’altro.

Il procedimento non è nuovo in Lynch e del resto nessuno come lui è arrivato così vicino a mimare l’inspiegabile e caotico amalgama di visioni che chiamiamo sogni. In quest’ottica INLAND EMPIRE può essere preso per il film più lynchano di sempre e una summa di tutto quanto fatto fino ad ora dal regista americano. Ritroviamo volti consoni nel suo cinema (Laura Dern, Harry Dean Stanton, Justin Theroux, Grace Zabriskie, Laura Harring) e segni tipici (la stanza, il messaggero/oracolo, le tende di velluto rosso, i conigli, i simboli indecifrabili, il ritorno dei personaggi spostati di significato). Quello di INLAND EMPIRE non è l’impero della mente, ma il regno del déjà vu, inteso letteralmente come quella sensazione storta che sembra riprodurre qualcosa di cui si è già fatto esperienza.

Coniglio donna: “Che ore sono?”

(risate del pubblico)

Coniglio donna: “Non ha chiamato nessuno oggi”

Coniglio uomo: “Mantengo un segreto”

(Il telefono squilla)

Nikki Grace viene scritturata nel ruolo di protagonista di un film intitolato Il buio cielo del domani. Nel suo “effetto notte” hollywoodiano Lynch si diverte a prosegue la critica strisciante all’impero dello star system iniziata con Mulholland Drive, ma soprattutto con il logoro meccanismo del film dentro il film, inizia con facilità la caduta libera nel cubo di rubik delle diverse realtà che si incastrano l’una nell’altra senza apparente logica. Scopriamo che Il buio cielo del domani altro non è che un remake di un film polacco intitolato Vier Siebenovvero 47. Un film maledetto che non è mai stato portato a termine per la morte dei due protagonisti. C’è un legame preciso tra il remake e il film che si sta girando, tra la prostituta polacca che guarda nella televisione e la protagonista Nikki Grace, tra la sit-com Rabbits e il cinema dove si proietta il film che stiamo vedendo.

INLAND EMPIRE smarrisce volutamente il filo di Arianna in questo dedalo di segni. L’impressione è che la sceneggiatura potrebbe essere ricostruita in modo diverso, anche solo ordinando diversamente le sequenze e la cosa non inficerebbe affatto il film, che di fatto poggia la propria ragion d’essere proprio in questo scardinamento temporale.

Jack Torrance: Mister Grady, io lo so che lei era il custode dell’albergo.

Grady: Mi spiace di doverla contraddire, ma è lei il custode dell’albergo. È sempre stato lei il custode. Io lo so perché… io sono qui da sempre. (da Shining di Stanley Kubrick)

Salta all’orecchio la mancanza di Angelo Badalamenti nello score del film, mentre risaltano le minacciose verticalità delle musiche di Penderecki, nella sequenza in cui Laura / Nikki vaga moribonda per le strade di Los Angeles. Lynch cita espressamente Kubrick in un paio di occasioni (il poster di Lolita, Nikki Grace che si guarda sull’altro sofà come il vecchio Bowman di 2001 si guardava di stanza in stanza nella casa settecentesca), usa le stesse partiture usate da Kubrick per la colonna sonora di Shining: Utrenja, De Natura Sonoris, Polymorphia. Del resto è ben nota la sua ammirazione per Kubrick (“Praticamente ogni suo film è nella mia top-ten”) e nel tentativo di scomporre spazio e tempo deve aver tenuto sicuramente in considerazione Shining, altro film che lavorava sulla disgregazione delle nozioni spazio/temporali. E’ nell’eterno presente senza storia, dove le didascalie segnano inutilmente il passare di giorni tutti uguali, dove dalle tende della hall dell’Overlook Hotel arriva una luce senza ombre costante e indecifrabile, nel dedalo inestricabili di corridoi tutti uguali, che si consuma il vero dramma di Jack Torrance.

Anche Nikki Grace vaga per la sue strade senza storia e il tempo è solo un segno da decifrare, lanciato dal messaggero Grace Zabrinsky: “le 9 e 45“, “ dopo mezzanotte“. Così come i tempi delle sequenze sono stirati o contratti senza un’unica soluzione che dia continuità al film. Come la sequenza della morte di Nikki Grace, dove ci si allunga all’inverosimile sul dialogo tra la donna asiatica e quella di colore e ancora i primi piani insistiti o l’errare per i corridoi, come un piccolo Danny Torrance in una storia che sembra il remake di un’altra storia esattamente come quella di Jack Torrance era il remake di quella di Grady.

Nikki Grace osserva le cose attraverso il foro fatto da una sigaretta su un velo (di Maya), e si ritrova in un cinema a vedersi nel film che stiamo osservando così come John Trent osservava attraverso un foro di carta l’arrivo dei suoi incubi e finiva, pop corn in mano, a ridere di se stesso nella sala dove si proietta il film della sua vita: Il Seme della follia.

I giochi interpretativi sono potenzialmente infiniti. INLAND EMPIRE è un congegno elaborato espressamente per produrre enigmi da decodificare. Ma forse è proprio nell’aderenza a se stesso e alla sua personalissima visione che l’ultimo Lynch perde punti sul campo della propria ricerca espressiva. Paradossalmente è proprio nel momento in cui è maggiormente tipico, senza l’orpello di dover raccontare “apparentemente” qualcosa come avveniva tutto sommato in Lost Highway e Mulholland Drive, che il suo onirismo diventa una faccenda acritica da accettare davvero come un dogma (la nota tiritera: “Lynch è un’esperienza e non va spiegato”) inesplicabile.

Nonostante le dichiarazioni entusiastiche, anche l’uso del digitale non sembra aver sortito un effetto positivo, sia sul piano della forma con un uso eccessivo dei primi piani e una coloritura esangue dell’immagine (ovviamente entrambi questi difetti potrebbero essere interpretati come precisa scelta autoriale, ma c’è un limite anche alla buona fede…). Forse Lynch come autore è ormai fin troppo libero. Libero sicuramente di potersi permettere qualunque cosa. Di fatto INLAND EMPIRE chiude per sempre la trilogia del noir metafisico iniziata con Lost Highway e proseguita con Mulholland Drive e si prospetta come un grande turning pointda cui dovrà muovere sicuramente verso direzioni diverse per non rimanere anche lui imprigionato in un eterno enigmatico presente.

26 Febbraio 2007
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