Recensioni

Avvolto nella plastica, un cadavere viene lentamente trascinato a riva da un torrente. Un uomo, svegliatosi alle prime luci del mattino per andare a pesca, rinviene il corpo. Il suo volto è sconvolto. Vengono chiamati lo sceriffo locale e il medico legale: entrambi conoscono la vittima. È Laura Palmer. Per la piccola cittadina di Twin Peaks è un dolore immenso, uno di quelli che sovvertirà per sempre gli equilibri emotivi e sociali di un’intera popolazione (51.201 abitanti, per l’esattezza). Con uno scorrere lento e misurato, ci vengono presentati i primi personaggi e le loro reazioni: i genitori della ragazza, Leland e Sarah, il cui dolore di fronte alla notizia mette in soggezione uno spettatore fino ad allora sprofondato nello sconforto; i compagni di scuola, Donna e James; il fidanzato Bobby, con quei tratti alla James Dean, caratterizzato da atteggiamenti ambigui e contraddittori. Perfino il preside ha la voce strozzata dal dolore, al momento dell’annuncio della morte di Laura ai suoi studenti. Gli occhi della macchina da presa di David Lynch ci restituiscono una cittadina profondamente sotto shock, ma unita nel dolore, una località come un’altra, come se ne vedono tante nelle piccole periferie americane. Ma non tutto è come sembra. Alcuni segreti e orrori pervadono le strade di Twin Peaks e il cuore dei suoi abitanti, segreti che si annidano sotto una superficie fatta di sorrisi, pacche sulla spalla, caffè nero bollente e crostate di ciliegie. Più andiamo avanti nell’episodio e più è lampante la percezione dello spettatore di essere dinanzi a una ramificazione di segreti e non detti che complicano le fila di un ragionamento il cui termine ultimo (o almeno così era nelle intenzioni iniziali) è costituito, come ogni classico whodunit, dalla risposta alla domanda «Chi ha ucciso Laura Palmer?».

Prima di American Gothic, prima di The X-Files, prima di Lost e Game of Thrones, prima di Netflix e del binge-watching (una serie come Tredici deve molto a un film come Fuoco cammina con me), prima di tutto questo c’era Twin Peaks (in Italia arrivato come I segreti di Twin Peaks), che l’8 aprile 1990 sconvolse lo spettatore medio americano, abituato fino a quel momento a prodotti di medio interesse e di scarsa rilevanza autoriale (c’erano le sit-com o i prodotti smaccatamente di genere). La crisi che all’epoca attraversava il settore televisivo può essere inserita tra i motivi per cui un’emittente forte come la ABC decise di rischiare un salto nel vuoto con Twin Peaks (e i colloqui tra il network e i creatori dello show sono surreali quanto lo show stesso, vedere le interviste dei diretti interessati per credere). Ed è anche il principale motivo per cui probabilmente la casa di Happy Days e Love Boat non si accorse di avere per le mani un elemento così potente a livello visivo e concettuale. Eppure il responso mediatico fu enorme, così come l’ottima intuizione di posizionare le puntate nello slot del giovedì sera (dando modo al dibattito di amplificarsi a dismisura la mattina seguente). Questo perché si rispondeva finalmente a una grossa fetta di telespettatori stanca delle solite frasi fatte da show televisivo, esacerbata dall’ennesima faida familiare abbozzata e risolta, come sempre, a tarallucci e vino, dei ritratti stereotipati e schematici forniti dal materiale narrativo di fine anni Ottanta.

Da dove nacque l’idea? Da quale intuizione giunse questa terra che coniuga sorprendentemente il «meraviglioso e lo strano» e dove l’eterna lotta tra il bene e il male assume contorni ora netti, ora straordinariamente ambigui? Galeotto fu Tony Krantz. L’allora agente di Lynch e Mark Frost, uno sceneggiatore che si era fatto le ossa con la serie Hill Street giorno e notte, decise di mettere insieme queste due menti per conto di Warner Bros., rimasta piacevolmente colpita da Velluto blu. I primi progetti abbozzati dai due però vennero bocciati quasi immediatamente e non vedranno mai la luce (tra questi, anche un biopic su Marilyn Monroe) e lo sciopero degli sceneggiatori raffreddò anche i rapporti tra i due autori e la ABC, che nel frattempo accolse la loro proposta di una nuova serie televisiva dai contorni mistery. Terminato lo sciopero, e organizzato un nuovo colloquio, l’emittente ordinò l’episodio pilota di Northwest Passage, titolo scelto proprio per la sua ambientazione a nord-ovest (nei pressi di Seattle). Iniziati i lavori, Frost disegnerà perfino una mappa della fittizia cittadina che farà da cornice agli eventi, racchiudendola tra due curiose montagne gemelle chiamate Whitetail e Blue Pile (da cui l’ispirazione per il titolo definitivo).

Terminata la preparazione preliminare rimase il compito di dare un volto agli abitanti di questo luogo con gli anni divenuto magico, ma anche capace di suscitare i peggiori incubi. Come protagonista venne scelto Kyle MacLachlan, già utilizzato da Lynch nel flop Dune e in Velluto blu: uno dei tanti doppi dell’autore, l’Agente Speciale Dale Cooper è l’incarnazione del bene senza macchia, che proviene tuttavia da un passato dilaniato dalla sofferenza, dal dolore, da una sorte che indubbiamente ne ha rafforzato lo spirito senza distruggere l’essere umano e compassionevole che giace in lui. Per risparmiare sul budget (che già era salito vertiginosamente a 4 milioni di dollari, all’epoca un’enormità) si cominciò a cercare il volto di Laura Palmer proprio nella città di Seattle, in cui sarà ambientata la puntata pilota. Emerse così Sheryl Lee, che concluse il suo lavoro in appena una settimana (il tempo di girare il filmino del pic-nic e scattare qualche foto – pochi reperti che la renderanno immortale). Consapevole del rischio, la ABC corse giustamente ai ripari, proponendo a Lynch di girare anche un finale chiuso – in caso di scarso riscontro del pubblico – in cui si sarebbe indicato senza ambiguità il colpevole.

«Diane, undici e trenta di mattina del 24 febbraio. Sono quasi arrivato a Twin Peaks, cinque miglia a sud della frontiera canadese, due miglia ad ovest dei confini dello stato. Diavolo, non avevo mai visto tanti alberi in tutta la mia vita! Come direbbe W. C. Fields, è meglio stare qui che a Philadelphia. Temperatura 12°, cielo leggermente nuvoloso. Il meteorologo ha previsto pioggia. Be’, guadagnare tutti quei soldi per sbagliare il 60% delle volte è un bel lavorare. Miglia percorse tutt’oggi: settantanove mila. Il serbatoio è in riserva, ormai manca poco, farò il pieno appena giunto in città, poi ti dirò quanto mi è costato. La colazione è venuta sei dollari e trentuno centesimi al… Lamplighter Inn, sulla statale numero 2, vicino a Lewis Fork. Ho preso un sandwich al tonno, una fetta di torta di ciliegie ed un caffè. Non male davvero. Diane, se dovessi capitare da quelle parti ti consiglio la torta. Bene, la prima persona che incontrerò sarà… sarà lo sceriffo Harry Truman. Non è un nome difficile da ricordare. Lo troverò al Calhoun Memorial Hospital. Dovrò esaminare attentamente una ragazza che stata ritrovata fuori città in pessime condizioni. Appena finito mi cercherò un motel, spero che lo sceriffo mi consigli un posto pulito a un prezzo ragionevole. Questo mi serve: un posto pulito a un prezzo ragionevole. Ah, Diane, quasi dimenticavo: debbo scoprire che alberi sono questi. Sono davvero fantastici!»

Con un semplicissimo gioco di specchi – che ritroveremo moltiplicato all’infinito in tutte le successive opere del regista di Missoula – ci identifichiamo naturalmente con il personaggio che viene così magistralmente introdotto nella serie, l’Agente Speciale dell’FBI Dale Cooper. Notiamo subito, però, che egli è una persona al di fuori del normale, attentissimo ai dettagli, dotato di un senso dell’istinto quasi sovrannaturale e, nonostante la posizione professionale che occupa, ancora pieno di meraviglia e di un genuino senso dello stupore. Portatore degli ideali del suo autore («Sono stato qui a Twin Peaks per poco tempo, ma in questo periodo ho visto decoro, onore e dignità. L’omicidio non è un fatto ordinario qui. Non è un dato statistico da aggiornare tutte le sere. La morte di Laura Palmer ha profondamente scosso tutti, uomini, donne, bambini, perché la vita ha un senso qui, ogni vita. Ci sono valori che credevo scomparsi ma mi sbagliavo, li ho ritrovati a Twin Peaks»), Cooper è come quel padre a cui fare ritorno una volta commesso un errore e ritrovata la strada di casa, consapevole dei suoi doveri, implacabile con gli avversari ignobili, compassionevole con tutti gli altri, e attento alle tentazioni. Gli aspetti più ironici e surreali della storia, al di là della cornice onirica che lega l’intreccio, provengono proprio da lui e vengono esaltati dall’atmosfera di Twin Peaks, che lo inebria con la sua damn fine cup of coffee o l’irresistibile cherry pie (su cui lo stesso Lynch alias Gordon Cole vorrebbe scrivere un poema epico).

L’impatto di David Lynch con la serialità televisiva è frastornante e innovativo. Il motore narrativo di Twin Peaks è innescato dal ritrovamento del cadavere di Laura Palmer, ma quest’ultima è assente dalla narrazione, ricostruita soltanto attraverso un coro di voci che garantiscono tensione emotiva perpetua nello spettatore, che brama di conoscere la risposta alla domanda. Nessun flashback, nessun voice-over: Laura è l’oggetto misterioso, eppure è come se la conoscessimo, perché partecipiamo insieme ai cittadini di Twin Peaks al loro dolore, grazie a dialoghi così assurdi, così maturi (anche se messi in bocca a dei liceali), da sembrare veri. Ci sarebbero, poi, tante altre cose da dire e analizzare anche per il semplice gusto di farlo (la dimensione onirica della Loggia Nera, nani, giganti e defunte che parlano al contrario, gufi guardiani di dimensioni spaziali…).

Più fondamentale è, forse, il contributo di Angelo Badalamenti alla colonna sonora. Alla sua seconda collaborazione con Lynch, dopo Velluto blu, il maestro di origini siciliane compone uno spartito capace di toccare corde profonde, siano esse rielaborazioni di paesaggi inquietanti (Laura Palmer’s Theme), paradisiache apparizioni (Into the Night) o turbe sentimentali (The Nightingale), aiutato dall’apporto decisivo di una voce soave e di un altro mondo (quasi una Woman from another place) di Julee Cruise. «Quello che mi piaceva era l’idea di una lunghissima storia a episodi. […] Il progetto che avevamo proposto era la storia di un omicidio misterioso, ma alla fine quest’ultimo avrebbe dovuto essere relegato sullo sfondo, poi ci sarebbe stato un piano di mezzo, costituito da tutti i personaggi della serie; infine, in primo piano, ci sarebbero stati i protagonisti di ogni singola settimana […]. Quanto all’omicidio, volevamo lasciarlo a lungo in sospeso.» [Lynch secondo Lynch, 1997].

Insomma, come ogni buon storyteller che si rispetti, Lynch e Frost avevano intuito logicamente che rispondere alla domanda delle domande avrebbe causato una perdita di tensione narrativa fatale allo show. E così è stato. Su pressione del network – perfino i produttori erano contrari – i due autori furono costretti a rivelare il misfatto e le sorti di Twin Peaks presero la piega che conosciamo; tuttavia, il danno maggiore lo si ebbe con l’allontanamento proprio di Lynch e Frost – il primo si era immerso nella pre-produzione di Cuore selvaggio, il secondo nell’elaborazione di un nuovo concept televisivo – dopo che una loro idea per il prosieguo dello show era stata bocciata (si era pensato di rendere più concreta la relazione tra l’Agente Cooper e Audrey Horne): fu qui che le migliaia di linee narrative insulse e ridicole ottennero un via libera fin troppo generoso. Si va quindi dall’assurdo triangolo criminale tra Catherine Martell, Benjamin Horne e Jocelyn Packard all’affaire James Hurley/Evelyn Marsh, dall’esaurimento dello stesso Horne all’amnesia di Nadine Hurley, per culminare con la faida coniugale tra l’Agente Andy Brennan, Lucy Moran e Dick Tremayne. Il destino dello show sembrò avviarsi verso una lenta, agonizzante, dolorosa fine, ma nell’ultimo atto qualcosa tornò alla “normalità”: Lynch e Frost ritornano per salvare la propria morente creatura e dargli un finale degno che culminò con lo splendido series finale, rimettendo tutto in discussione (con la contaminazione di quella figura fino ad allora candida che era il protagonista) con un cliffhanger ancora una volta potente – come quello, splendido, della prima stagione – e che poneva delle basi solide per una eventuale terza stagione. Questa, tuttavia, non arrivò mai, ma venticinque anni dopo molte cose sarebbero cambiate e la febbre Twin Peaks sarebbe tornata a pulsare nel cuore di milioni di appassionati sparsi per il mondo.

Prima di scoprire, però, cosa è accaduto nel corso di questo lunghissimo iato, non bisogna tralasciare – come ricordato dallo stesso Lynch – l’importanza di Fuoco cammina con me, dove l’autore si riappropria della sua creatura utilizzando il mezzo cinematografico, che grida la sua superiorità sul piccolo schermo (distruggendone uno nell’incipit).

Voti
Amazon

Le più lette