Film

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Film sportivo e melodramma famigliare in tono di satira, ispirato alla vera storia del campione dei pesi welter WBU Micky Ward e del fratellastro Dicky Eklund, prodotto da Darren Aronofsky e girato con uno stile diretto, realistico – o meglio sarebbe dire iperrealista – dal regista di I Love Huckabees e Three Kings.

Dicky (Christian Bale) – dopo essere passato alla storia del pugilato per aver messo a tappeto Sugar Ray Leonard (che forse era solo inciampato) – ora si è messo ad allenare il fratellastro più giovane Micky, a fumare crack ed evitare le strigliate della madre scappando dalla finestra. È inoltre il protagonista ‘involontario’ di un documentario della Hbo sui danni provocati dalla droga (ma lui crede che si tratti di un documentario sulla sua impresa leggendaria). Micky (Mark Wahlberg) è separato con una figlia che non riesce a vedere, è impacciato con la ragazza che gli piace e, soprattutto, cerca di tentare la fortuna col pugilato sotto la gestione manageriale dell’intera famiglia che lo butta sul ring per affrontare incontri a dir poco improbabili.

Se ci fermassimo qui, The Fighter sarebbe la versione più satirica e iperrealista di molti altri film sulla boxe. E in parte è così: l’obiettivo era, infatti, quello di trovare un modo più diretto – che poi vuol dire più tagliato sullo stile televisivo – di mostrare il combattimento sul ring, ma c’è una cosa di cui non si può fare a meno quando si parla di pugili. La boxe è una straordinaria metafora. Così, da Il grande campione (Robson) – che tra l’altro parla proprio di fratelli – a Stasera ho vinto anch’io (Wise) o Anima e corpo (Rossen) con John Garfield fino ad arrivare a Million Dollar Baby (Clint Eastwood) e passando per il bellissimo Città amara (Huston), Toro scatenato (Martin Scorsese) o lo stesso Rocky, il primo (Avildsen), tutti i ‘campioni’ o aspiranti tali usano questo sport come forma di riscatto da una vita grama e ai margini. Che riescano o no a sfondare quello che ci interessa è solo una cosa: le antiche verità universali senza le quali qualunque storia è effimera e dannata: amore e onore e pietà e orgoglio e compassione e sacrificio (Faulkner per queste storie di uomini figli di nessuno eppure temerari).

Un aspetto di non poco conto di questo film è poi la soundtrack che accompagna le vicende: Red Hot Chili Peppers, Aerosmith, Rolling Stones, Ben Harper, Led Zeppelin. Canta Robert Plant: no matter how I try, I find my way into the same old jam… è una ruota che gira senza mai fermarsi questo alternarsi continuo, good times, bad times e di nuovo e ancora, perché non c’è mai un punto finale. Il fatto che il film inizi e finisca con la stessa immagine lo dimostra: Dicky è di nuovo strafatto di crack e il campione Micky deve vedersela con la solita realtà di sempre. Non importa la fatica, la paura, non ha importanza nemmeno il risultato perché quello che si cerca è un’esplosione (psico)fisica: l’impronta che ci lava, la detonazione che ci salva o ci perdona. È necessario attraversare colpevolezza, fragilità e vergogna perché ogni valore si conquista solo rispetto a un anti-valore. Provate a soffermarvi sulla biografia di Wahlberg e la cosa apparirà con forza anche maggiore.

Non è del tutto inutile, poi, soffermarsi sul fatto che l’obiettivo non diretto del film è raccontare una vicenda personale che possa rappresentare la complessità dei fatti economici e sociali di un decennio – i ’90 – piuttosto controverso. Lowell, la città di Dicky e Micky, che il documentario Hbo definisce ‘capitale della rivoluzione industriale’ visse, in effetti, una fase di slancio economico negli ’80. Ciò non toglie che immagini diverse, di perdita e di abbandono, si contrapponessero a questa ‘verità’ rassicurante di facciata. Viene in mente la Flint di Michael Moore (Roger & Me) o la My Hometown di Bruce Springsteen. Chi volesse approfondire la storia/deviazione di Dicky Eklund può inoltre ricorrere proprio al documentario Hbo, High on Crack Street: Lost Lives in Lowell di Farrell/DeLeo/Alpert che è, quindi, una vera citazione che il film fa. L’altra – di natura audiovisiva – è al film di Fernando Trueba, Belle époque, ‘noiosissimo’ film spagnolo che Micky e Charlene vanno a vedere per evitare la folla e la vergogna della disfatta (simile citazione sulla ‘lentezza’ dei film europei nel bel film di Arthur Penn Bersaglio di notte in cui si fa uno sberleffo tutto americano al film di Eric Rohmer La mia notte con Maud).

15 Marzo 2011
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