• Giu
    01
    2005

Album

Drag City

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Una carriera ormai lunga, anche se non sembra. Proprio perché spesa a dissimularsi, a nascondersi dietro una missione, anzi un ruolo anzi un compito. Così, tanto per stravolgere un po’ di coordinate ai rockettari d’ogni ordine e grado. In primis, sotto l’egida Slint: nel breve di due dischi, il crollo e la (parziale) riedificazione del tempio, praticamente tutta la parabola “poetica” del post rock. Chiusa la parentesi, David s’ingegna ad esplorare altre ipotesi estetiche raggiungendo l’avamposto Tortoise, circa i quali c’è poco da aggiungere. Sono gli anni migliori di Pajo, quelli ruggenti potremmo dire. Ma anche più avanti non mancherà di lasciare tracce singolari, quando non importanti. Sempre immancabilmente mimetizzato dietro un moniker o una collaborazione (eccellente quella con Will Oldham, catastrofica – e inspiegabile – quella con Billy Corgan).

Oggi, per la prima volta, un disco a suo nome. E pure omonimo. Verrebbe da prefigurarlo il suo disco più scoperto e personale, la consacrazione di Pajo il cantautore. Invece, sorprendentemente almeno per chi scrive, è un disco che paga molti debiti praticamente in ogni canzone. In primis al fantasma di Elliott Smith: lui, la sua calligrafia pigra e delirante, quella trepidazione madreperlacea, quella psichedelia strascicata, sta al centro di queste ipotesi folk. Ipotesi che inseguono un latente senso di assurdità, strutturate come sono sulla giustapposizione di chitarre e voci lo-fi (l’hiss spampana sistematicamente i contorni armonico/melodici) e ammennicoli digitali appena abbozzati. Diciamo subito che come trovata non è nulla di eccezionale, roba che ne abbiamo già sentita a pacchi (da Sparklehorse a Grandaddy a Sufjan Stevens, per dire). Comunque, e in fondo, è scelta adeguata alla cifra delle canzoni.

Le quali però – uff – sono preda degli inesorabili rimandi che dicevo: per una Let me bleed brunita Black Heart Procession e illanguidita come il Lanegan di I’ll Take Care Of You, ecco una War is dead che con la sua blanda rudezza stempera lo Springsteen di State trooper e di Spare parts; per una High lonesome moan che inscena un brusio vocale floydiano (qui come altrove la voce è duplicata, col falsetto che si “sbina” solo nel ritornello) ed arpeggi bucolici Simon & Garfunkel, c’è la spudorata emulazione Elliott Smith (qui più che altrove) di Icicles. E via discorrendo, per una sarabanda citazionista capace più di frastornare che d’irretire, casomai questa fosse stata l’intenzione. Con tutto ciò, sembra crederci davvero, il buon David. Sarà anche un vezzo – lo è – questo teatrino di maschere inafferrabili, ma riesce a spiattellarcelo col giusto trasporto.

Per cui l’ascolto procede tutto sommato piacevole. Fino a che non s’incontra Francie, la traccia conclusiva – dove una ballata si mantiene prodigiosamente allo stato embrionale, ruminando energia tra effetti sintetici, loop di chitarra e una narrazione greve in primo piano – e finalmente realizzi il “quid” alieno dell’autore e assieme quanto questo Pajo sia anche un’occasione sprecata.

1 Giugno 2005
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