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Nel 1984 le chart di tutto il mondo erano popolate dal synth pop, un delirante scenario di look glamour e note zuccherose che vedeva nei Duran Duran la sintesi perfetta di quel mondo nato anche grazie ai Japan di David Sylvian. E proprio mentre il seme Japan mieteva vittime tra i vari Simon Lebon e Tony Hadley, Sylvian confezionava tra Londra e Berlino il primo capitolo di una lunga carriera solista. Ryuichi Sakamoto, l’ex mentore dei Can Holger Czukay e la tromba quartomondista di Jon Hassell, oltre ai fidati Richard Barbieri e Steve Jansen, gli invitati al restyling. Ne nasce un mood tra Brian Eno (periodo Before After And Science), jazz e, giocoforza, Japan declinati però in figura art-cantautorale.

Se l’inaugurale Pulling Punches risente ancora del groove di un tempo, le successive Nostalgia, The Ink In The Well e Wheatherer Wall muovono verso lidi folk intrisi di jazz. Sono ballad ad alto tasso emozionale. È il nuovo habitat del Nostro. Red Guitar è un funky austero, mentre il basso distorto di Backwaters rabbuia per un attimo l’ambiente. Solo pochi istanti prima del climax assoluto, alle porte del gesto che renderà l’uomo immortale: un mantra di otto minuti e passa dove Sylvian, cerimoniere nella prima parte, lascia poi il testimone ai soffi world di un Hassel (coautore del brano) in stato di grazia e capace di dipingere un finale visionario come pochi.

È la title track. L’epilogo. Il nuovo inizio. Brillant Trees è la risultante di più corpi gestiti da un’unica mente. La stessa che da qui in avanti esplorerà i lati più avventurosi della canzone d’autore.

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