Recensioni

7.5

Scrivere di e su David Toop non può che mettere soggezione. Classe 1949, musicista, curatore, saggista, professore di “Audio culture and Improvisation” alla London College of Communications, decine di dischi pubblicati e centinaia di performance come solista o in partnership con tanti nomi di pregio, l’inglese sta calcando da protagonista il suo sesto decennio sui palcoscenici, poco illuminati dagli spotlight dell’industria dell’entertainment, ma scintillanti dal punto di vista artistico, della scena mondiale della sperimentazione musicale.

La ricerca sonora di Toop si è da sempre mossa tra l’improvvisazione rumorale (rumorista e umorale) sconfinante in una sorta di dadaismo residentsiano (ne sono esempi la breve militanza nei Flying Lizards di David Cunningham e la partecipazione al supergruppo The 49 Americans tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta) e il soundscape quartomondistico sulla falsariga dell’amico Jon Hassell, in un continuo attraversamento di confini tra field recordings, strumenti inventati o reinventati, tappeti elettroacustici e artefatti etnografici.  Il tutto accompagnato da una lucidità intellettuale e da un rigore accademico che a volte sopravanzano i risultati finali della sua produzione (anche il suo primo disco, firmato in co-working con Max Eastley nel 1975 e pubblicato nella mitica serie Obscure, con cui Brian Eno portava alla luce un brulicante sottobosco di avanguardisti anglosassoni, è derivazione di un testo: è a seguito dell’interesse suscitato da un saggio di Toop su New/Rediscovered Musical Instruments che Eno gli propone di pubblicare un album), rischiando di appesantirne la fruizione.

Nel caso dei due album pubblicati in contemporanea per l’australiana Room40 di Lawrence English (che già aveva ospitato David Toop a più riprese, a partire dal 2002), tuttavia, la struttura paratestuale non soffoca la matura naturalezza dell’output ma anzi ne accresce il valore, aggiungendo ulteriori livelli di lettura. I titoli dei brani che compongono Apparition Paintings, tratti dalla letteratura, dalla filosofia e dal cinema, sovrappongono nuove trame alla già intricata rete di richiami, rapporti, relazioni tra i suoni che contraddistingue tutto il lavoro, portando a compimento quella profezia che lo stesso Toop aveva lanciato venticinque anni prima, nel suo bellissimo libro Ocean of Sound («quasi certamente nel futuro la musica ibriderà gli ibridi a tal punto che l’idea di una fonte tracciabile diventerà un anacronismo»). Da questa ibridazione, frutto di una cultura sonora enciclopedica e senza barriere di sorta, si sviluppa un arcano lirismo, che tra languide pennate di chitarra tra il primo John Fahey (You could touch it…) e gli ultimi Cocteau Twins (l’alieno dream pop di All I Desire), pulsazioni ambient dub (Tiny human figurines…), flautate voci orientali (She fell asleep…, When I first came here…, Suddenly the world had dropped away), astrazioni impro à la Derek Bailey riviste dal più intransigente Sylvian ultimo periodo (Smaller life spirits…, Some of them…, Possibly it was only the coming…), ammette inconsuete aperture melodiche.

Le quasi due ore di Field Recording and Fox Spirits sono divise tra una collezione di “registrazioni sul campo” raccolte in lungo (dal 1971 in avanti) e in largo (tra le campagne del Somerset e le strade di Pechino), segni sonori umani (le voci lontane, sempre presenti, del nonno Syd o della figlia Juliette, o di artisti come Ornette Coleman o Bailey), inumani (api, pecore, rane) o umanamente inumani (varie performance di Toop, compreso un estratto dal suo già citato primo album), e il collage di circa 36 minuti che Lawrence English ha assemblato utilizzando tutte queste fonti: memorie sonore vivide ma misteriose, struggenti ma intrinsecamente ingannevoli («all the memories are very incomplete», dice l’artista visiva Annabel Nicolson in una delle conversazioni qui presenti), come le volpi a nove code (fox spirits) delle leggende del Far East. Il combinato disposto dei due titoli conferma Toop come una delle più rilevanti voci-guida da ascoltare in questo mondo connesso e incoerente.

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