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6.8

Formalmente c’è un più equo rapporto fra segnali e rumori rispetto al passato, un nitore senza coesione di stile che cede, nel filo anti-lirico di Tosches, a un refrattrario svilupparsi, un gioco a coprirsi. Sensorialmente, Luci della città distante è un titolo che dice tutto di un filtrare immagini e rare collisioni in ore mediane, d’inizio o fine, ore inverosimili. A guidare il cantautore piemontese in questa sua nuova avventura, ancora la mano di GianCarlo Onorato e una band che ha raccolto avvisi di stima già due anni fa ne Il lento disgelo. Scontate, viste così, le giocate di luci, il ritiro cameristico e forse anche un po’ impressionistico di brani come Il canto del ghiro, Il calabrone, Mattino presto, per cui importa poco una tranche de vie abbozzata oppure lasciata in disparte.

Codificare una lega fra congiure elleniche scavate, armonizzazioni e schubertiadi in lieve dissonanza, diventa quell’allegro ma non troppo (anzi) che nelle mani dei chiamati in causa (il flicorno di Ramon Moro, l’innesto elettrico minimo di Hugo Race, l’idea d’arco di Catherine Graindorge) sigla la volta da creare per una psicoacustica a pastello. Questa ricerca, sovente cangiante, diventa sempre più un bollo di un Tosches piccolo co-direttore, un copyright morale che accompagna parole, ma ancora di più, scelte posate in produzione, senza paura d’attentarsi. Sarebbe interessante una più viva cura dell’aspetto contautorale: un testo più coeso, meno fumè, meno a macchia di cerniere e colori, si misurerebbe alla perfezione con i progressi raggiunti sul versante sonoro. Questi brani attestano comunque la maggiore età raggiunta da Tosches, cultore dell’arte tout court fra grafica, fotografia, disegno e musica.

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