Recensioni

6.5

A Love I Can’t Explain è il ritorno in formato longplayer, a ben dieci anni di distanza dal suo primo album, di uno dei produttori britannici più rispettati. Una reputazione indistruttibile quella di Darren White, in arte dBridge, che va oltre i confini del genere drum & bass dal quale storicamente proviene, e rafforzata se possibile dal suo totale disinteresse per mode passeggere e tentazioni di commerciabilitá, disinteresse dimostrato da sempre sia nelle release da lui stesso firmate che in quelle pubblicate dalla label Exit Records da lui stesso fondata. Una carriera, quella di White, iniziata ai massimi livelli, dalla prima metà dei 90s, con le tracce firmate in tandem con il connazionale DJ Maldini e pubblicate da Renegade Hardware, ed in seguito con la militanza all’interno del collettivo di producers Bad Company.

Ma è con l’inizio della sua carriera solista che il viaggio ai confini del genere drum & bass è iniziato. Dopo l’uscita del già citato debutto The Gemini Principle, ritmicamente legato a stilemi ampiamente codificati, il punto di svolta, la rivoluzione copernicana: lo split single Wonder Where / No Future, in coppia con il collega Instra:mental. Un ritorno alle origini se vogliamo. Se è vero che i grooves della jungle, e di conseguenza della drum & bass, sono fondamentalmente quelli della reggae music spinti a doppia velocità, le strategie ritmiche halftime adottate da allora in avanti da dBridge sono il risultato esatto della loro divisione. E cosi le proprietà ipercinetiche dei breakbeats vengono sostituite con dosi ancora più massicce di frequenze basse, il cui impatto viene se possibile ancora più amplificato che in passato da una dilatazione del campo sonoro, ottenuto appunto dimezzandone i bpm. Un espediente ritmico e produttivo non del tutto inedito fino a quell’uscita discografica – stiamo parlando dell’anno 2009 – ma sicuramente da quel definitivo momento in poi riconosciuto in maniera ufficiale come sottogenere.

Da lì in avanti White ha continuato ed esplorare le possibilità offerte da questo linguaggio sonoro, oltrepassando nel suo viaggio i confini di generi limitrofi come dubstep, hip hop, techno, rimanendo sempre coerente nella visione, consistente nella qualità del materiale prodotto e continuando a fare scuola e a conquistare nuovi proseliti. A testimonianza di questo, la miriade di EPs usciti fino a qualche mese fa, con una speciale menzione per una riuscita collaborazione, New Forms Season 1, con il produttore e dj tedesco Kabuki. Avanti veloce fino a queste ultime settimane, all’uscita di A Love I Can’t Explain, un disco che come dichiarato dal suo autore, trae la sua ispirazione da uno stato di grazia sul piano degli affetti e della vita familiare, in particolare dalla nascita del suo primogenito. Questa premessa non tragga in inganno però. Il suond urbano, ultra-tecnologico, denso, scuro e che è il suo marchio di fabbrica, predomina per tutta la prima parte del disco per lo meno. Gli amanti delle varie sfumature della Bass Music targata UK si troveranno perfettamente a loro agio tra pattern ritmici, linee di basso e sferzate di synth in continua, lenta, sottile e claustrofobica evoluzione.

Monitored Meanings, con la sua decisa ritmica presa in prestito all’hip hop, rappresenta uno squarcio nella fitta coltre sonora, seguìto dalla comparsa della vocalist Poison Arrow nel brano They Loved. Un esperimento tra spoken word e canzone d’amore sui generis che serve a rendere più esplicito l’arco narrativo del disco, o almeno sembrano essere queste le intenzioni dell’autore, che preferisce comunque continuare a divagare e indugiare nell’ombra fino alle prime note di Lost in A Memory, decima traccia grazie alla quale il lato più intimo ed emozionale del produttore viene messo senza pudore alla luce. Da qui in poi l’atmosfera generale si fa più rilassata, la tensione cala fino alla conclusiva UR A Star, costruita intorno al cantato soulful di Alia Fresco e che è un’ode sentita ma comunque dimessa dedicata alle persone più care. Il tentativo forse di spiegare quel tipo di amore che a prima vista ha qualcosa di inspiegabile.

Con questo album dBridge non sembra voler raggiungere un pubblico più vasto di quello che lo segue fedelmente da anni. Non si avvale di collaborazioni altisonanti – se si esclude quella del suo fido Kid Drama, non fa concessioni né al dancefloor né tantomeno alla melodia. Gli stessi brani che si avvalgono di vocalist non hanno nulla di furbo nel loro impianto, zero pathos e grandi gesti. Il loro significato è intrinseco alla natura stessa dell’intera opera, estrapolarli da questo contesto non serve. In tutto questo, nel suo rigore, risiede il pregio del disco ma, dall’altra parte, nella sua ruvidezza e scontrosità si intravede anche un limite. Il potenziale per dare alle stampe un Timeless per il terzo millennio dBridge lo detiene da anni, la volontà o l’ambizione per renderlo possibile sembrano però mancare. Un’occasione persa forse, aspettiamo un suo terzo album per saperlo.

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