Recensioni

7.2

E adesso? Da dove cominciamo? Qualcuno potrebbe optare per il packaging di questo disco, ben sapendo che i Deadburger – ormai una factory in tutto e per tutto che promuove e raccomanda gli interventi esterni – sono dei fanatici della confezione. La folle creatività una e trina del precedente cofanetto La fisica delle nuvole, in questa «seconda faccia del dittico Mirrorburger» diventa un “agile” booklet di più di sessanta pagine con al suo interno i testi dei brani, saggi sullo sciamanesimo legato al suono del tamburo e sul ribellismo nel corso della Storia, e rappresentazioni di opere d’arte con al centro sempre i tamburi. Il CD è inserito in un digipack con all’interno anche un mini-poster disegnato sempre dal Paolo Bacilieri responsabile del concept grafico di tutto l’album. Tutto questo materiale è contenuto a sua volta in un involucro plastificato trasparente che riprende il disegno di copertina, creando, dopo che si è riposto il digipack all’interno, un effetto davvero particolare – o inquietante, a seconda dei punti di vista.

Poco più su si citavano i tamburi: sappiate che non sono solo un vezzo concettuale, ma il punto centrale di La chiamata: su un disco piuttosto ambizioso, quasi ideologico nell’inseguire dettagli musicali che hanno più a che fare con l’irregolarità e il mistero del non detto, piuttosto che con le planimetrie del rock più scontato, suonano ben 8 batteristi, ovvero Bruno Dorella (Ovo, Ronin, Bachi da Pietra), Zeno De Rossi (Guano Padano), Cristiano Calcagnile (Cristina Donà), Simone Vassallo (Sex Pizzul, King Of The Opera), Marco Zaninello (Appaloosa) e i tre Deadburger, Silvio Brambilla, Lorenzo Moretto e Pino Gulli. E c’è anche Alfio Antico a raccontarci la sua versione dello sciamanesimo citato poc’anzi in una Tamburo sei pazzo dai due volti, entrambi affascinanti. Una fratellanza del beat, una festa di tecniche e tribalismi che ha un impatto decisivo sull’album: più che rock, post-punk, più che post punk, una sorta di via di mezzo tra Pere Ubu, PIL e Can, se capite cosa intendiamo: masticare fisicità e ardore, risputare personalità, su melodie e chitarre taglienti destinate a scorticare il buonsenso dei manuali di armonia, ritmi pulsanti e groove, piccole parentesi rubate alla libertà espressiva del jazz (Blu quasi trasparente) o del free (la Tryptich di Max Roach). Eppure, una musica figlia anche un songwriting fatto di testi in italiano tutt’altro che scontati e vettori di un antagonismo sotto traccia che è metafora del sopravvivere quotidiano.

Concludiamo questa analisi in fondo incapace di chiudere il cerchio su un disco che è un’avventura più che un disco, citando il contorno di special guest: Lalli (Franti), Cinzia La Fauci (Maisie), Davide Riccio, Enrico Gabrielli (Winstons, Calibro 35), Edoardo Marraffa, Silva Bolognesi. Simboli involontari anch’essi dei mille rivoli creativi che La chiamata riesce a tenere insieme e a farci apprezzare.

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