• ott
    01
    2001

Album

Barsuk

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Che i Death Cab For Cutie siano dei fuoriclasse in ascesa netta diviene ancora più chiaro nel 2001, anno in cui la penna vibrante di Ben Gibbard scrive The Photo Album. Le storie sono tante: dei pezzi di puzzle sparsi sul pavimento ideale della memoria o dell’ispirazione, fotogrammi in technicolor da fermare assolutamente perché non sbiadiscano. Il risultato è un libro sonoro da sfogliare con attenzione ed empatia, un disco che si impone all’attenzione americana prima, ed europea poi, e che – ragion d’essere della fotografie che gli danno il titolo – non si fa(rà) dimenticare tanto facilmente.

Per il quartetto è la stagione del indiepop più rotondo e completo. L’unità e l’uniformità del disco passa per dieci canzoni praticamente perfette, dieci frammenti finiti e compiuti: sentimenti e momenti sono ora cesellati minuziosamente nell’aria, ora gravati impietosamente nella pelle. Senza esagerare, in questo disco figurano forse alcuni degli episodi migliori usciti dalla fucina della musica indipendente del nuovo millennio: la struggente Information Travels Faster (con la voce che segue pedissequamente i movimenti di pianoforte sulle note di una storia d’amore catturata nel “medias res” della fine), la stupenda A Movie Script Ending che tacitamente dichiara la dimensione filmica così cara ai Death Cab, l’incontro per una sigaretta sul patio di Steadier Footing, il requiem paterno, freddo e dolente, di Styrofoam Plates, lo schizzo di pop colorato I Was A Kaleidoscope e l’uptempo incerto di Debate Exposes Doubt. Un album per tanti versi insuperato, né dagli stessi Death Cab for Cutie né, probabilmente, da altri.

1 gennaio 2005
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