• Gen
    25
    2019

Album

42 records, Picicca Dischi

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Finalmente Dimartino è uscito allo scoperto ed è diventato quello che è sempre stato, questa volta senza esitazioni: un vero cantautore. Afrodite, suo quarto album appena uscito per la fidata etichetta Picicca Dischi, non è una conferma, ma una vera nascita. Ciò che era latente, e nemmeno tanto, nelle puntate precedenti – in Sarebbe bello non lasciarsi mai, ma abbandonarsi ogni tanto è utile uscito nel 2012 (recensito qui) e Un paese ci vuole del 2015 (recensito qui) – ha trovato ora la sua forma e soprattutto, il suo groove. Ha fatto bene Dimartino ad aspettare il momento giusto per rivelarsi del tutto, se il risultato è questo: 10 canzoni dove tutti i fili tessuti negli album precedenti si riannodano e compongono un gran bel film, che lo rappresenta.

Torniamo alla nascita del nostro cantautore, che subito in apertura invoca lo spirito di Lucio Battisti in quei primi 20 secondi di Giorni buoni, per poi tornare a essere se stesso con fierezza; e che in chiusura diventa finalmente un Lucio Dalla contemporaneo regalandoci un pezzo iper-romantico da brividi e da manuale come Daniela balla la samba – che da solo vale tutto il disco. Poi: ve le ricordate Amore sociale e Cartoline da Amsterdam, o i duetti poetici con Francesco Bianconi (Una storia del mare) e Cristina Donà (I calendari)? Allora andate direttamente a Due personaggi e Pesce d’Aprile, dove tutto torna, ma meglio. E godetevi il nuovo Dimartino, spassionatamente, che spinge come mai aveva fatto su quei refrain che sono il suo pane da sempre, mettendoci ritmo ed energia tropical revisited, con Ci diamo un bacio: come alzare il tiro a metà disco, e farlo bene.

Con Afrodite Dimartino, che fino a ieri se n’è stato un po’ in disparte, trova finalmente un posto tutto suo – in un colpo solo, con nonchalance e quasi senza volerlo – in un punto scoperto nella mappa dell’indie pop tra sua maestà Brunori Sas, l’adorabile ma effimera piacioneria della scena romana tommasoparadisiana e il languore prêt-à-porter della scuola calcuttiana – giusto per citare tre correnti generazionali mainstream. Difficile paragonarlo a qualche altro esponente della sua generazione. Anche la scelta di affidare la produzione al metafisico del nuovo pop italiano, ovvero Matteo Cantaluppi, si rivela azzeccata, perché la scrittura narrativa vecchia scuola, alla quale Dimartino è sempre stato fedele nel tentativo di riplasmarla a immagine e somiglianza della sua generazione e senza prendere facili scorciatoie, ne guadagna in modo quasi inaspettato. Pochi ingredienti fondamentali mescolati bene e arte della melodia: che altro serve? Io lo avrei voluto sul palco dell’Ariston.

27 Febbraio 2019
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