Recensioni

7.5

Più che una parabola, la traiettoria dei Dirty Projectors è un percorso pieno di diramazioni, diversioni di marcia, ritorni e partenze. Semplificando, la prima fase, ancora negli anni zero, è quello della band indie con solide basi folk e orchestrali che cerca influenze fuori dai confini, che siano l’Africa filtrata dalla world music dei coevi Vampire Weekend o spruzzate di attitudine bucolica tra i Pink Floyd e (vagamente) Canterbury. L’apice è probabilmente Swing Lo Magellan del 2012, che è anche l’ultima prova come band vera e propria, dopo collaborazioni importanti, tra cui Björk. Poi la rottura personale e artistica con Amber Coffman fa evaporare il concetto di band e David Longstreth diventa l’unico musicista dietro al moniker. Il disco della rottura, completamente autarchico è Dirty Projectors, arrivato a cinque anni di distanza dal precedente. Lo si scriveva allora e lo possiamo confermare oggi: è un’idea di one-man-band + featuring, dove a fianco di Joni Mitchell viene collocato il santino di Missy Elliot.

Poteva essere la fine degli sporchi proiettori, invece fu l’inizio di un nuovo percorso, che ha portato a una nuova configurazione sotto forma di band per Lamp Lit Prose del 2018, un disco che conclamava la passione di Longstreth per l’r’n’b, ma riequilibrava la miscela con iniezioni di antico folk e pop tout-court. Un lungo riassunto che è fondamentale per capire nel complesso questi 5 EP usciti nel corso del 2020, perché per almeno una parte sono un riannodamento di alcuni di questi fili. Tra lockdown e distanziamenti sociali, l’idea della band (che adesso comprende, oltre a Londstreth, Felicia Douglass, Maia Friedman, Mike Daniel Johnson e Kristin Slipp) è di affidare brani dal mood completamente diverso a un membro del gruppo, per poi trovare comunione definitiva nell’ultimo pugno di brani, in cui tutto si sarebbe amalgamato, dando i natali – almeno nelle intenzioni – alla nuova incarnazione dei Dirty Projectors.

Si comincia con Windows Open affidato alla voce di Friedman. Qui siamo davvero al sound delle origini della band, con tanto folk in bella evidenza. Overlord è un perfetto esempio di pop rotondo basato su una chitarra molto africana. È world music anni zero, levigata, urbanizzata, che si sa tingere di notturno, come nella riuscita Search for Life. Staffetta di voce femminile con il passaggio a Flight Tower, con Felicia Douglas che passa al timone melodico. Tra i quattro brani, spicca Lose Your Love: tre minuti di pop perfetto, solo declinati altezza 2017 della band: r’n’b, tanta blackness che viene rimasticata e restituita con soavità. Il cerchio tra Brooklyn anni zero e la Los Angeles di oggi si completa, continuando a mostrare una band in ottima forma compositiva.

Quando Longstreth prende il controllo per i quattro brani di Super Joao si entra in un mondo più intimo, una sorta di omaggio a Joao Gilberto, musicista amato da Longstreth e scomparso recentemente. Pur senza lasciare tracce memorabili, i brani “brasiliani” mostrano una straordinaria abilità del suo compositore: riuscire a restituire all’ascoltatore il feeling e l’atmosfera della bossa nova, senza però essere bossa nova. Quasi un gioco di mimesi, un virtuosismo, che al di là di un bozzetto devozionale toccante (I Get Carried Away) entra ed esce come muzak (di ottima qualità) dalle nostre orecchie. Con Earth Crisis Longstreth recupera la preistoria della band: nastri risalenti al 2008 che contengono orchestrazioni mai utilizzate all’epoca di Rise Above. Vengono qui rielaborate come una sorta di suite folk-pop che manda il cervello alla musica classica di inizio Novecento, specialmente russa, ed è usata per esprimere, con la voce di Kristin Slipp, le istanze politiche ecologiste della band. Il pezzo migliore è probabilmente Eyes on the Road con gli archi che sottolineano un ritmo a singulti che è per certi versi un marchio di fabbrica Dirty Projectors.

Vampire Weekend o, meglio, quell’hummus sincretico di world music e indie anni zero da cui i primi Dirty Projectors e la band di Ezra Koenig emergevano ritorna fin da Searching Spirit, il brano scelto per anticipare l’ultima infornata di brani degli EP, quella che dovrebbe fondere la voce di ogni membro nel caleidoscopio sonoro a cui ci ha abituati il progetto fin dagli esordi, con l’aggiunta di qualche spigolo rock che non era mai stato così evidente, ma probabilmente sobbolliva. Nel frattempo è cambiato il mondo, in particolare quello della musica, e i Dirty Projectors sembrano dirci che – sarà la pandemia, sarà la continua preoccupazione ecologista – è il momento di ripartire da capo, con presupposti nuovi, magari per rifare le stesse cose di sempre, ma con una prospettiva nuova, adattata, resiliente per dirlo con una parola di gran moda (e già un po’ frusta). In fin dei conti il disco più esplicitamente politico nell’essere frutto di riflessioni dilatate, talvolta forzate, ma che mostra come anche quel pop barocco, arty e – diciamolo – hipster accusato di superficialità può essere – si direbbe con un termine antico – impegnato.

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