Recensioni

7.1

Possiamo dire di “averlo visto crescere”, come fanno gli amici di famiglia con i figli che diventano grandi. E’ da anni che ci interessiamo e stimiamo il lavoro di Dave Longstreth, seguendo passo passo le sue rocambolesche sperimentazioni musicali, che hanno saputo accostare nel tempo, sorrette da un poco comune spirito avanguardista e un’ apertura alle influenze senza limiti, la musica da camera, il rythm’n’blues,il folk e il progressive. Nessun passo falso finora, per il compositore/cantante/chitarrista residente a Brooklyn, neanche dopo la decisione di cristallizzare (almeno per ora) il progetto in un quartetto fisso, completato da Brian McComber, AngelDeradoorian e la vocalist Amber Coffman. 

E possiamo affermare, dopo l’ascolto di Bitte Orca, quinto album firmato da Longstreth, che Dave non ha perso la bussola, neanche nel momento delle difficili conferme, quello in cui gli artisti, forgiato ormai uno stile definito e autonomo, tendono a fissare le loro idee a scapito della sperimentazione. Dirty Projectors ormai, richiama uno stile ben preciso, costruito su saltellanti ritmiche irregolari e sincopate, cori dissonanti, su quel particolare modo di suonare la chitarra di Dave che tanto ricorda la mbira africana e su melodie poco lineari, che procedono per salti ampissimi, intonate con la particolarissima impostazione vocale del Nostro. 

Tutto questo è Dave Longstreth e tutto questo è Bitte Orca. Niente di più e niente di meno che un’occasione per fermarsi, per lasciar decantare le idee messe in campo finora. Certo è che, a partire dal singolo scelto come apripista per l’uscita dell’album, Stillness Is The Move (il cui titolo potrebbe, per una simpatica coincidenza, sottoscrivere il discorso fatto finora), si nota una disposizione alla semplificazione che è un po’ la base di tutto l’album, ben lontano dalle arzigogolate strutture di The Getty Address e più equilibrato nei timbri vocali, con la voce della Coffman a fare da dolce contraltare femminile ai gorgheggi di Dave. 

Quello di Longstreth non è, però, un riparo verso le forme più tranquillizzanti (per il pubblico) della canzone ma un tentativo di contenere la creatività in spazi più piccoli, senza esitare a decostruirli a piacimento, come avviene negli zig-zag ritmici di Temecula Sunrise, nell’incerto dondolare di The Bride, che sfocia in un improvviso riff alla Led Zeppelin, o nel minimalismo di No Intention. Ma sappiamo che, anche nella semplicità, a Dave piace, di tanto in tanto, complicare le cose. Ed ecco allora, il prog di Useful Chambers, che mescola elettronica, hard rock e passaggi corali che ricordano i primi Queen.
E’ così marcato Longstreth questo album, da far passare quasi inosservata la partecipazione di gente come Sufjan Stevens, Decemberists e Grizzly Bears. E’ lui il più “sporco progettatore”. Nel bene e nel male. Ma soprattutto nel bene.

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