• gen
    01
    2003

Album

Western Vinyl

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Più straniante che spiazzante questo esordio del giovane statunitense Dave Longstreth. O meglio, è al debutto con il moniker The Dirty Projectors, perché il ragazzo può già vantare un lavoro targato 2002, quel The Graceful Fallen di cui – perdonatemi – nulla so.
Sotto molti punti di vista può essere considerato l'ennesimo caso di elucubrazione solipsistica lo-fi a sottolineare l'avvenuta implosione dell'agorà musicale all'interno dello studio-cameretta, come se la porzione di mondo che ci è fisicamente concessa fosse stata definitivamente rimpiazzata da una compressione del mondo in costante download.

Non proprio una proposta originale quindi, tuttavia sembra un lavoro destinato a lasciare qualche traccia, o se volete il primo passo d’una discografia che potrebbe delinearsi particolarissima. Dopo l’ascolto rimane infatti un senso di genuina quanto malsana empatia, come se nel tessuto si aprissero squarci di lucida disperazione, buchi della serratura dai quali possiamo chiaramente intravedere un'anima ballerina sulla graticola di irrisolti dissidi. Un po’ M. Ward e un po’ Captain Beefheart, un po’ Vincent Gallo e un po’ Daniel Johnston: fate voi.

Avrete capito che non è molto facile individuare le coordinate sulla mappa. Proviamoci lo stesso. Ci aggiriamo dalle parti di un soul-jazz prima essiccato quindi puntellato da malferme stratificazioni elettro-sintetiche (Ground Underfoot, Two Brown Finches), la qual cosa capita più o meno a certe strategie tropicali (quella specie di mambo traslucido che è My Offwhite Flag, la cospirazione folk-dub di Off Science Hill) e agli ectoplasmi folk-blues (Spirit Furure Medley, The Minutes).

Tracce cui un diffuso senso di precarietà (riverberi scabri, missaggi avventati, deragliamenti tonali e dinamici, schizofrenie & giustapposizioni stilistiche…) e soprattutto la voce inafferrabile di Longstreth (in scellerata quanto rabbrividente escursione timbrica, ora corposamente flautata ora esangue ora ispida ora in cigolante falsetto) conferiscono cifra sonora piuttosto personale, direi quasi inconfondibile.

Va altresì detto che la title-track potrebbe far pensare ad una jam natalizia tra Xiu Xiu e Microphones, mentre il toccante ginepraio di visioni soul-jazz-folk di Like Fake Blood In Crisp October sembra un sogno avariato di Jeff Buckley. Ribadisco però che il Nostro sembra avere abbastanza mezzi e allucinazioni di suo, basta notare come prima schianti al suolo il reggae-funk industriale di Boredom Is A Product (schizoide nevrastenia Cuordibue) e poi con tocco delizioso riesca a stemperare spiritual e calypso in un brodo tiepido di organo e ukulele nella stupenda Imaginary Love.

Oppure ancora la disinvoltura con cui sa donare corpo e voce tanto alla devoluzione ciber-reggae di Three Brown Finches quanto all'onanismo pop-psych di Winter Is Here, passando per l'accorata nostalgia soul di Lit From Below.

Languido, dissacrante e minaccioso. Decadente e divertente. Se nel prossimo lavoro il giovane sporco Dave si toglierà un po' di buccia, se metterà maggiormente a nudo la polpa autoriale e d'interprete, potrebbe rivelarsi una leccornia.

1 Novembre 2003
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