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C’è chi dice che i limiti esistono per essere oltrepassati, le barriere per essere abbattute: questo, tradotto in musica, solitamente significa sperimentazione, azzardo, innovazione stilistica.
Ora, posto in questi termini, questo sembrerebbe il prologo ad un’opera di quelle che cambiano la storia, reinventano un genere, e fanno parlare di sé per mesi, anni, decenni. In realtà non siamo di fronte a un capolavoro, ma Special Gunpowder tenta di operare quel superamento delle classificazioni in una commistione di stili che si può, a ragion veduta, definire crossover, nella sua accezione più totalizzante.

Dj/Rupture, nativo di New York ma trasferitosi a Barcellona, mescola suoni e ospiti tra i più disparati in un calderone variopinto ed eterogeneo, tentando la via di un etno-electro dalle forti tinte multirazziali. Alla base di tutto, come a fungere da substrato fondante, anche se labile, c’è l’evidente predilezione per la musica di matrice jamaicana con tutte le sue varie filiazioni.
Dopo l’incipit urbano di Overture: Watermelon City declinato in versi da Elizabeth Alexander, ci si apre, infatti, al raggamuffin’ cadenzato di Little More Oil (complice Sister Nancy) e al dub algido e cristallizzato di Leech Wisdom.
Ma proprio mentre si tenta di prenderne le misure Rupture getta nella mischia un rappin’ duro e sincopato di marca chiaramente africana (No Heathen con Wicked Act), appena prima di riscaldare di nuovo l’ambiente con Mosquito, una sorta di litania spagnoleggiante, ma con un bel piglio beat, che farebbe invidia a Manu Chao.

Tutto ciò quando a malapena si taglia la metà del disco: altre sorprese e cambi di rotta sono di là da venire. Ci attendono ancora le delicate note di Lonesome Side, le visioni asiatiche di Taqasim (molto vicine ai Dust Brothers) e le rifrazioni warpiane di Osaka-Ku Memory Depot.
Per chi non fosse ancora satollo ecco le ultime portate del menù: Can’t Stop It, hip hop tutto suonato (alla maniera dei Quannum), e Mole In The Ground, piovosa ballata per banjo con un tocco d’Oriente. Special Gunpowder è un disco che parla molte lingue, che riesce a farsi capire e a farsi apprezzare; questa trasversalità (figlia di una buona dose di coraggio) gli concede un posto tra le cose che si definiscono “d’avanguardia”, senza rischio di sfigurare.
Non è capolavoro, ma ci possiamo benissimo accontentare.

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