Film

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Tra i romanzi di Ian McEwan, Chesil Beach non era il più difficile da adattare al grande schermo: la vicenda sentimentale dei due protagonisti e della loro prima notte di nozze alle soglie di quello che sarebbe diventato il decennio del “cambiamento” culturale e politico in Gran Bretagna si unisce all’innata capacità dell’autore di creare pathos perfino nell’immobilità degli eventi, di guardare oltre con morbosità, inquietudine, talvolta con tenerezza, verso situazioni private che abbracciano l’universale. Qui interviene poi un elemento che ben si sposa con la “performance” scenica, ovvero l’unità di luogo e azione (tutto avviene a Chesil Beach, mentre i ricordi fanno parte di un’altra realtà) interrotta da flashback e un finale proiettato nel futuro ormai presente. Dunque non stupisce che ne sia stato tratto un film – in origine avrebbe dovuto dirigerlo Sam Mendes, con Carey Mulligan nel ruolo principale – e che lo stesso autore ne abbia curato la sceneggiatura (era già successo con Last Day of Summer, The Innocent e The Children Act), quasi per preservarne la natura letteraria e garantire un adattamento fedele e senza stravolgimenti.

Tuttavia, quello di Chesil Beach non è il McEwan crudele e risoluto di Lettera a Berlino o Il giardino di cemento, ma uno spettatore del tempo che passa e trascina, come fa la risacca del mare, vecchi detriti del passato che si posano cautamente sulle pagine. Per alcuni anche troppo, complice un significativo imborghesimento della sua scrittura. Eppure il momento cruciale nell’esistenza di due «giovani, freschi di studi ed entrambi ancora vergini» nell’Inghilterra a cavallo fra la crisi dell’Impero britannico e l’imminente rivoluzione culturale degli anni Settanta sembra proprio una sintesi di un modo di raccontare, sempre a favore della complessità degli esseri umani in situazioni di crisi.

Qui, nello specifico, si va a decifrare un’irrefrenabile e repressa necessità di cambiamento che corrisponde all’urgenza di liberarsi di un peso psicologico del tutto comprensibile (ecco perché i romanzi di McEwan sono così universalmente amati e riusciti, per la vicinanza alle esperienze personali di ognuno): Edward e Florence, novelli sposi, soli in un albergo della località costiera del Dorset che affaccia sulla Manica, faranno l’amore per la prima volta. Hanno paura di abbracciare questo piacere finora negato. D’altronde essere ragazzi, per di più inesperti e terrorizzati dall’eventualità di fallire il primo approccio sessuale completo nel 1960 non è affatto semplice, figli di un tempo in cui – sottolinea l’autore – affrontare a voce certi argomenti risulta impossibile; perché l’inesperienza fa parte di quella fase intermedia tra infanzia ed età adulta che gli americani iniziarono a chiamare adolescenza. Fu una loro invenzione, la promessa del nuovo secolo al termine della Seconda Guerra Mondiale: «Pensare di essere giovani renderà terapeutica la fede nel nostro futuro, e un giorno non solo attireremo la gioventù nel mondo grazie alla nostra libertà e alle occasioni senza pari, ma svilupperemo un’educazione mentale, morale ed emotiva migliore» (da Adolescence di G. Stanley Hall).

Il matrimonio, per Edward e Florence, sancisce l’inizio di una terapia in un periodo dove essere giovani è un ingombro sociale. Questo neanche troppo implicito parallelo con la storia del paese fa gridare il McEwan più politico, e si ritrova pochissimo nella trasposizione cinematografica diretta da Dominic Cooke (regista dal pedigree teatrale) con i bravi Billy Howle e Saoirse Ronan, letterale in maniera esasperante e non priva di scivoloni (il finale è una nota che stride con il resto del film e sembra sia stato riletto rispetto all’originale per indurre le lacrime, quando invece non ce n’era affatto bisogno), eppure dignitosa quando restituisce sullo schermo la verità dei personaggi, la compostezza, la malinconia e il rimpianto lasciati al crepuscolo su quella spiaggia di ciottoli situata a metà fra il romanticismo e la tragedia.

14 Novembre 2018
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