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Non si finisce mai di speculare sul “caso” Lucio Battisti. Tanta e sostanziosa è la scorza popular che ne riveste la polpa, radicata in un lungo momento di stravolgimenti socioculturali rispetto ai quali ha assunto un ruolo ora emblematico, ora enigmatico, ora liberatorio. Ferma restando la fedeltà ad un “canto libero” che capì presto quanto gli fosse necessario anzi vitale dribblare i media, rendersi irreperibile, fuggire la presa di catalogazione e aspettative. Donato Zoppo, giornalista (è redattore tra gli altri di Jam) e conduttore radiofonico, già autore di volumi sulla Premiata Forneria Marconi, sui Lingalad e sul rock progressivo, ha dedicato questo Amore, libertà e censura a quello che può essere a tutti gli effetti considerato il primo “album” di Battisti, Amore e non amore del 1971.

Inciso assieme a I Quelli (in procinto di decollare come PFM) più Alberto Radius e Dario Baldan Bembo, fu progettato come un vero e proprio concept sull’amore al tempo della disinibizione femminile, visto attraverso lo sconcerto del maschio basale (incarnato da quello che Mogol definisce il “primitivo”) che reagisce all’impudenza della compagna anelando un ritorno (utopico?) allo stato di natura. Tema affrontato dalla premiata ditta Mogol-Battisti con piglio minimale, sanguigno e a tratti sarcastico, sulla cui opinabilità non è qui il caso di soffermarsi. Dal punto di vista musicale siamo di fronte ad un lavoro che sbatte sul tavolo le attitudini sonore che il cantautore di Poggio Bustone andava covando in quel periodo: da una parte il blues nudo e crudo (elettrico e acustico) e dall’altra il pop-prog sinfonico, esplorati alternando bruschi pezzi cantati a strumentali evocativi (nei quali il contributo mogolliano va a sublimarsi in titoli fluviali come 7 agosto di pomeriggio. Fra le lamiere roventi di un cimitero di automobili solo io, silenzioso eppure straordinariamente vivo).

Zoppo ripercorre la carriera di Battisti dai primi passi fino al travolgente successo dei primi formidabili singoli, convergendo su Amore e non amore quale esito “autentico” d’un percorso artistico che le case editrici avrebbero preferito proseguisse nel solco ben più potabile – e remunerativo – di Un’avventura, Fiori rosa fiori di pesco o Pensieri e parole. In questo senso, l’ostruzionismo della Ricordi trovò eco e specchio nella censura della Rai, all’epoca detentrice del monopolio delle trasmissioni radio e televisive. Dinamiche che, scandagliate con dovizia di particolari, tratteggiano i contorni di un “sistema” refrattario alla libera espressione che pesca nel profondo retaggio moralista (e moralisteggiante) del nostro Paese, un vero e proprio complesso fideistico-culturale ben più complesso e stratificato di quello comunque esistente nei paesi anglosassoni (si pensi al “bavaglio” imposto ai Rolling Stones e ai Doors – inutilmente per questi ultimi – all’Ed Sullivan Show del ’67o ancora gli strali contro la “sacrilega” The Ballad Of John And Yoko di John Lennon nel ’69…).

Interessante notare che se l’ostracismo dei media non riuscì a frenare il buon successo dell’album fu anche in virtù dello straordinario mezzo promozionale rappresentato dal jukebox, vero e proprio network alternativo disseminato sul territorio. Ben documentato, ricco di citazioni d’epoca e integrato da interviste redatte per l’occasione, Amore, libertà e censura rappresenta una buona occasione per riflettere sull’immaginario pop da cui proveniamo, sulle sue potenzialità dimenticate e dissipate, sulle sue implicazioni profonde e superficiali (quest’ultime non meno significative). E per spendere ancora un po’ di attenzione sul genio mai abbastanza esplorato di Lucio Battisti.

28 Giugno 2011
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