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6.5

Ai Doves di Some Cities la Manchester di oggi (loro città natale) deve aver fatto lo stesso effetto che le prime metropoli d’inizio Novecento ebbero su Fritz Lang, e che raccontò magistralmente nel suo film Metropolis (una pietra miliare del cinema muto). Un riferimento un po’ troppo lontano nel tempo forse, ma calza a pennello, a partire dall’artwork del disco. Due colori-non-colori campeggiano in copertina. Il nero fa da sfondo ad un vortice bianco, un tornado che porta via con sé simboli emblematici della nostra società: torri dell’energia elettrica, ombrelli, libri, sagome di uomini come fossero origami. Un’immagine che suggerisce un imminente giudizio universale o, perlomeno, un cambiamento radicale. Ed è quanto successe agli albori del secolo scorso, se ci pensate. L’improvvisa e dilagante industrializzazione modificò non solo il volto delle città (con la costruzione di strade, fabbriche e nuovi quartieri), ma anche il vivere e la mentalità delle persone. Un diffuso senso di straniamento e incomprensione caratterizzò questo trapasso epocale, ben incarnato dai due bucolici protagonisti di Metropolis, letteralmente travolti dal frenetico fare cittadino e da tutte le meraviglie/mostruosità dell’era moderna: dal cinema alla fotografia alle prime automobili.

Un momentaneo disadattamento misto a stupore che percorre anche il nuovo lavoro in studio del terzetto inglese, registrato nel nord del paese, come ormai d’abitudine. Questo isolamento forzato, insieme al lungo periodo trascorso in tour per promuovere il precedente The Last Broadcast, ha evidentemente dato loro la possibilità di osservare con un certo distacco i mutamenti che hanno trasfigurato Manchester, e l’Inghilterra, negli ultimi anni. Non è un caso che il tema ricorrente nei testi sia l’intreccio tra passato e futuro, l’idea stessa di trasformazione, come nell’iniziale Some Cities (too much history coming down / another building brought to ground), scandita da una poderosa batteria, che sembra quasi voler simulare i meccanici rumori di un cantiere in pieno fermento.

Una realtà che i trentenni mancuniani sanno vivere con lucidità, a differenza di chi invece sente l’insostenibile pesantezza dell’essere: quei ragazzi che affollano le tristi e spesso squallide città-satellite, che si barcamenano tra un’adolescenza noiosa e frustrata, segnata dalla più totale anomia, e il desiderio di esplorare i vicini paesi dei balocchi (Londra su tutti). Esistenze e aspirazioni raccontate in Black And White Town (primo singolo estratto), che fa rivivere la dinamicità di una qualsiasi capitale europea sotto le vesti di uno scalpitante quattro quarti in stile Northern Soul. E qui la voglia di unirsi al coro per cantare a squarciagola In Satellite Towns / There’s No Colour And No Sound è forte. Un ritmo deciso e sostenuto è il file rouge che si dipana ancora in brani come Almost Forgot Myself e Sky Stars Falling (quest’ultimo sfodera un vero e proprio Wall Of Sound, tra dilanianti riff e percussioni corroboranti), o nell’epica Walk In Fire (simile come impatto agli U2 di War), ma che non ruba spazio a momenti di quiete e riflessione, ripercorrendo i brumosi sentieri del magniloquente esordio Lost Souls.
Gli arrangiamenti orchestrali di The Storm sono la tranquillità che il quotidiano frastuono metropolitano ci nega, accompagnati questa volta dal canto biascicato di Andy Williams, presente anche in Shadows Of Salford (una nenia country in versione demo), mentre Ambition è un sogno dilatato e alterato, che ci allontana per qualche istante da un presente sempre più fugace, isterico, centripeto.
Un presente in evoluzione che i Doves hanno saputo cogliere con maturità e consapevolezza, limitandosi tuttavia a ricalcare soluzioni maggiormente apprezzate nei precedenti lavori.

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