Recensioni

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Ci eravamo lasciati, coi Doves, undici anni fa in maniera non proprio idilliaca. Il nostro Provinciali ci raccontava di un Kingdom Of Rust riuscito a metà. Valido se accostato al coevo Viva la Vida dei Coldplay ma decisamente troppo cerebrale e poco emozionale se paragonato a quei Radiohead che sulla scia di In Rainbows stavano per generare The King Of Limbs. Da quel 2009 ad oggi, se si esclude l’unico album da solista di Jimi Goodwin e la formazione di una nuova band da parte di Jaz e Andy Williams, registriamo un lunghissimo iato senza nuovo materiale. A differenza degli storici competitor della band (appunto Coldplay, Radiohead ma anche Elbow, Snow PatrolU2) che in questi anni hanno, con risultati più o meno discutibili, proseguito la loro carriera, i Doves hanno affidato al nuovo The Universal Want l’arduo compito di raccontare.

Sì ma cosa? L’evoluzione silenziosa di una band ferma, almeno nel nostro immaginario, a un periodo in cui lo streaming iniziava a inserirsi nell’industria e le band indie (specie in UK) infiammavano le chart. Sullo sfondo una drammatica e globale recessione. Il loro ritorno coincide con uno scenario di crisi se possibile ancora più profonda e radicata in cui il mondo che si scopre esausto, smemorato e al collasso. Il cuore dei Doves (si, stavolta c’è), inserito in una capsula temporale, viaggia da quegli anni zero a ritroso per poi superarli e atterrare in questo strano 2020. Carousels, a cui è affidata l’apertura, è «un ricordo di gioventù dei tempi in cui si andava in posti come il nord del Galles in vacanza, il periodo in cui abbiamo fatto le prime esperienze con i sound system e con musica suonata a tutto volume» e gira intorno ad un sample di batteria del compianto Tony Allen.

Sebbene alcuni brani sembrino specchiarsi in quei reminder di cui sopra, in questo caso ne risulta un doppiaggio completo: canzoni come The universal wantPrisonersCycle of hurtBroken eyes (il cui ritornello richiama ora gli Oasis ora gli Smiths) segnano il punto di domanda a cui, probabilmente, Chris Martin e soci ancora non sono arrivati o che preferiscono non chiedersi. Jim Goodwin non sembra affatto imprigionato in un tempo lontano ma, al contrario, affronta il proprio importante passaggio d’età con maggiore saggezza e con una vocalità affinata dal tempo: «We’re just prisoners of these times», «No one sitting here will be saved», «I will not hide anymore», «Spend my days wondering what’s happened to us» sono solo alcune delle espressioni usate nei testi per tracciare una linea coerente tra prima, oggi e (chi può dirlo?) domani. Il groviglio di suoni nell’album, frutto di numerose esperienze diverse, appartiene decisamente più ad atmosfere 70s (la coda di For Tomorrow non ricorda i Led Zeppelin?) che al pop contemporaneo. Un sound poco ammiccante ma smaccatamente personale e ricercato è quello che caratterizza il percorso dei Doves: (finalmente) chitarre a pioggia, qualche deriva funk, echi e synth sci-fi.

Immaginate di osservare una stella la cui luce, seppur ci arrivi brillante, sappiamo che è in viaggio già da qualche anno. Ecco, il successo e l’allure di quest’album stanno nell’essere riuscito a raccontare cosa è stato in questi anni attraverso ricorrenti flash di memorie senza perdere in lucentezza. Dolcemente nostalgico ma mai reazionario o retrivo: The Universal Want è il perfetto disco del ritorno.

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