• set
    16
    1992

Album

Death Row Records, Interscope Records

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Seguendo le orme di Ice Cube, una volta annusate le furbate che l’ambiguo manager Jerry Heller perpetrava ai danni suoi e degli altri componenti, nel giugno ’91 anche Dr Dre “è uscito dal gruppo”. Basta Ruthless e soprattutto basta N.W.A., alla ricerca di una indipendenza artistica ed economica che pensava di poter trovare accasandosi alla Death Row di Suge Knight (un altro che di affari loschi se ne intendeva). Così non sarà, e allora arriverà Aftermath; ma prima Dre avrà il tempo di firmare per la label di Knight due capolavori (il suo esordio The Chronic e quello di Snoop Dogg, Doggystyle) e indirettamente un terzo, quell’All Eyez on Me di Tupac di cui già abbiamo parlato su queste pagine e su cui l’ombra di Dre si stende lunga e importante (il beat di California Love è sicuramente il momento più famoso, ma anche Can’t C Me).

Dopo AmeriKKKa’s Most Wanted di Cube, il debutto solista di Dre fu il secondo capolavoro uscito dalla diaspora post-NWA. Un disco dal lascito ampio e fecondo, che costituì il definitivo e più rappresentativo atto di nascita del G-funk, incarnando e consolidando tutto un immaginario che da qui in poi rimarrà indissolubilmente legato a quegli anni e alla California. Elemento principe e fondante di tutto questo pacchetto “West Side” è un sound inconfondibile, amato da moltissimi e odiato quasi da altrettanti per una maniera che da questo album in avanti rimarrà immutabile trademark dell’hip hop della costa pacifica. Dr Dre, nella sua indiscutibile peculiarità stilistica, è stato un producer che nel mondo hh ha rappresentato un unicum, e un nome che da solo assunse rapidamente un’aura di automatica e quasi inevitabile garanzia di successo. Qualcosa che, a questo livello e con queste modalità, riuscirà poi forse solo a Timbaland – seppur in contesti profondamente diversi. Due nomi, Dre e Timbo, immediatamente riconoscibili ed entrambi rappresentativi di un preciso stile per cui immediatamente scatta la familiare agnizione della rispettiva mano dietro a un particolare beat.

La produzione dietro a The Chronic costituisce un “superamento” di quella alle spalle di Straight Outta Compton. Laddove l’asciuttezza funk del primo capolavoro NWA si traduceva in groove scarni e costruiti prevalentemente sui samples – sia pure variegati e pescanti tanto dalla tradizione P-funk e soul quanto auto-citazionisti (tanti i brani dello stesso Eazy-E saccheggiati) – in The Chronic Dre inizia a limitare i campionamenti, seppur ancora copiosi, in favore di un nuovo florilegio di orpelli inediti. I beats sono così dei quadri barocchi di groove contagiosi infarciti di autografi riff chitarristici, tasterine, rhodes e gli inconfondibili bassi “ciccioni”, in cui la ballabile sporcizia del funk filtra attraverso maglie sonore fittissime in cui è pura voluttà perdersi alla ricerca dei dettagli. Fuck with Dre Day, Let Me Ride e Nuthin but a G Thang sono forse i tre beat più celebri e goduriosi, ma tutto il disco è un colorato invito allo sculettamento rococò. I samples che rimangono sono così non più il perno su cui costruire il pezzo, ma “solo” un altro ed accessorio ornamento per arricchirlo ulteriormente. Il bacino principale da cui pescare rimane il Clinton world, quindi Parliament e Funkadelic, ma c’è spazio anche per qualche contemporaneo nome compagno di West Coast (Cypress Hill) e alcune inedite sconfinate in territori hard rock (in Lyrical Gangbang spunta un campionamento da When the Levee Breaks dei Led Zeppelin).

Nonostante anche il Dre-sound abbia i suoi detrattori, The Chronic rimane un disco – oltre che magnifico in sè – interessante soprattuttto da un punto di vista produttivo. Le principali critiche mosse al dottore riguardano l’MCing: che Dre al mic sia un interprete mediocre, se non proprio scarso, è fuori da ogni dubbio. Anche da un punto di vista scrittorio e compositivo, le qualità latitano – tant’è che quasi nessuna delle sue lyrics è autografa, ma sono prevalentemente firmate dal solito ghostwriter D.O.C.; il motivo per cui, inoltre, ai tempi veniva perculato un po’ da tutti era la sua pretesa di truthness abbastanza pretestuosa: nonostante le pose e gli atteggiamenti da duro del ghetto, in realtà Dre aveva ben poco del G e il risultato era piuttosto l’impressione di un borghese della middle-class arricchitosi giocando a fare il gangsta. A spiegare come questi due legittimi motivi di perplessità – la scarsezza in veste di rapper e le pose posticce – non inficino la grandezza dell’album entra in gioco Snoop Dogg. Lo spilungone trecciolato fu infatti la prima grande “scoperta” di Dre, che come talent scout aveva un indubbio fiuto a tratti kanyesco (anche Eminem è roba sua); muovono qui i primi passi anche altri rapper che avranno in futuro carriere fortunate, come Nate Dogg, Daz Dillinger e il fratellastro di Dre, Warren G. The Chronic è quindi soprattutto per Snoop l’occasione per iniziare le prove generali per il suo esordio solista Doggystyle, che sarebbe arrivato di lì a poco (novembre ’93) ancora con il Doc alle macchine. Il talento purissimo, la tecnica sopraffina e l’inconfondibile flow scazzato di Snoop arrivano in praticamente tutte le tracce a mettere una pezza alle lacune interpretative di Dre, rendendo di fatto The Chronic quasi un album collaborativo tra i due.

I temi lirici sono gangsta rap quanto più non si potrebbe: quindi fotta al massimo, auto-celebrazione, la G-life, misoginia e violenza come se piovesse e tante frecciate agli ex-compagni NWA che come detto prendono di mira soprattutto Eazy-E, tirando in ballo insulti omofobi e prese in giro per la sua altezza non proprio vertiginosa. A infarcire il tutto, interludi e skits dappertutto, tra field recordings di scopate a caso (una cosa che farà anche Biggie in Ready to Die) e qualche scherzo telefonico – l’intro di Deeez Nuuuts è l’equivalente di “Sai che c’è?” “Cosa?” “Stocazzo!”. Se si vuole stare al gioco, semplicemente non c’è niente di meglio di questo disco.

21 marzo 2017
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