Recensioni

7.1

Più
che post-rock, malinconie strumentali concepite per pellicole
struggenti, crescendo umorali su arpeggi rinsecchiti, stratificazioni
in punta di plettro intense ed evocative. Il nome è Dresda –
ripreso dall’insuperabile Mattatoio
n.5
di Kurt Vonnegut – e l’ideologia che serra le fila pare essere
quella di “descrivere
ambientazioni con la musica per rendere i suoni parte di una scena a
più dimensioni”
.
Tra field recordings e elettriche urticanti, tastiere e glockenspiel,
basso e theremin, i quattro genovesi riescono nell’impresa,
alternando momenti di stasi a distorsioni violente e consegnando ai
posteri un Ep inquietante e catartico.

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