Recensioni

6.2

Ingannevole è l’intro sopra ogni cosa. Il nuovo disco di Du Blonde (al secolo Beth Jeans Houghton), primo con questo moniker, si apre con il bel dialogo slide-batteria di Black Flag, che viaggia su binari primitivi interessanti. Ci si prepara allora all’ascolto di una serie di brani legati ad un hard rock classico in salsa femminile (ed in alcune tirate vocali pare di ascoltare la Courtney Love delle migliori Hole). Non è così, perché le intenzioni e i susseguenti risultati sono abbastanza spiazzanti.

Quella che appare come una scelta stilistica precisa si rivela un guado di difficile decifrazione: lo stare a metà tra il cabarettistico e il “valzer” da un lato e la rabbia e la potenza hard dall’altro. Sono elementi che a volte sfociano in sciape power ballad o in flamenco camuffati (Chips To Go), a volte in brani emozionali sospinti dal pianoforte che fanno il filo al mainstream (Raw Honey), a volte in paludi di fanghiglia leggermente noisy. Su questa scala di estremi si inserisce da un lato Mind Is On My Mind, con la partecipazione di Samuel T. Herring dei Future Islands, che riesce ad essere emozionante non solo per le parti vocali ma anche per il modo in cui esse riescono ad adagiarsi su un midtempo chitarristico convincente; dall’altro, Four In The Morning, il più incisivo dei momenti lenti. Il punto è questo: Du Blonde riesce a rendere di più quando alza il tiro dell’assalto, rispetto a quando prova ad affidarsi esclusivamente al potere della scrittura e del pathos. Qualcuno ha parlato di Rolling Stones come influenza, ma qui la componente tossica e blues è stata depurata: a livello tematico si parla principalmente di rapporti interpersonali e delle difficoltà che essi generano.

Se il songwriting risulta oscillante, la produzione di Jim Sclavunos dei Bad Seeds è invece duttile ed esalta ogni elemento del caso. Non era facile, perché in molti brani convivono parti interessanti e allo stesso tempo respingenti, come le chitarre che sventagliano riff in Hard To Please mentre la ritmica va a passo di rodeo. È l’emblema di un album che non ha nella messa a fuoco un valore aggiunto. Se nelle note stampa il disco è presentato come aggressivo in molte sue parti, quella che l’ascoltatore ha di fronte è sempre un’aggressività mansueta, che non sferra mai il colpo decisivo, ma che regala comunque brani dignitosi.

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