• nov
    01
    1962

Giant Steps

United Artists

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Il ritmo, Duke Ellington, lo aveva nel sangue fin dagli anni Venti, quando suonava il “jungle sound” all’ Hollywood Cafè di New York. Materiale successivo come Jubilee Stomp e Take The “A” Train non fece che aggiornare nel tempo le vecchia nomenclatura, raffinandola, sfumandola, in parte rivoluzionandola, soppesandola in intrecci di spartiti sempre più complessi.

E’ nel 1962 che Ellington decide che è arrivato il momento di confrontarsi in prima persona con chi azzarda, nello stesso campo, definizioni profondamente differenti dalla sua e per farlo chiama a raccolta due liberi pensatori del periodo. Il primo è Max Roach, che una personale interpretazione del “ritmo” l’aveva già data un paio di anni prima in Freedom Now Suite! richiamando le ruvidezze della madrepatria Africa, le sue lacrime, l’anima nera. L’altro è Charles Mingus, uno che in Phitecanthropus Erectus, per il ritmo, aveva cucito un vestito con i suoni della modernità e la velocità della metropoli. Due ospiti illustri che si inchinano al grande “Vecchio”– quasi tutte di Duke le sette composizioni pensate in origine per il disco -, portando in dono un obliquità che il suono del maestro forse non aveva mai posseduto prima.

Come succede nell’introduttiva Money Jungle, con Ellington a spingere come un dannato sui tasti del pianoforte, il contrabbasso di Mingus che si inalbera e arranca manco fosse un tassista newyorkese e Roach che da dietro dà man forte ai due. O in Wig Wise, in cui ai richiami e alle scale discendenti del piano del maestro risponde un rullante che quando non fruscia è tutto un sincopare. I tre si trovano a meraviglia, con il batterista che viene chiamato spesso a creare sfondi insoliti per gli schemi ellingtoniani. Come nella parte iniziale di Caravan, in cui da una rullata inquieta su accordi che sanno d’oriente, si passa al più classico spazzolato prima e ad accenni cubani poi, in quello che forse è il pezzo più articolato di tutto il pacchetto.

Ma il jazz di Ellington era – ed è – soprattutto questione di melodia, di mezze luci, di atmosfera e i comprimari di lusso che accompagnano il Nostro ne sono consapevoli. Tanto da defilarsi senza fiatare in occasione di brani, come Solitude, in cui l’anima raccolta e intimista del Duca viene a patti con una logica dell’armonia quasi monkiana o accennare soltanto qualche abbozzo in Warm Valley, tra battere soffuso e contrabbassi pizzicati. Il resto è questione di stile, un perdersi e ritrovarsi nel tribalismo in sordina e nelle malinconie di Fleurette Africaine o un godere dei fraseggi di pianoforte smozzicati su impianto fondamentalmente blues di Very Special, per un disco che ha il pregio di mostrare con chiarezza il contributo delle parti in causa senza snaturarne l’immediatezza. Nell’edizione della Blue Note che si trova nei negozi, le traccie sono complessivamente quindici, tra alternate takes di rito e qualche bonus track: tra tutti Switch Bladee A Little Max (Parfait), parentesi efficaci che il maestro si premura di riservare rispettivamente a Mingus – assolo di basso nella parte iniziale del brano – e a Max Roach.

1 giugno 2008
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