• nov
    25
    2016

Album

INRI

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A un certo punto ci si risveglia da quel mondo al contrario che è la vita di tutti i giorni per trascinarsi, con la bava alla bocca, verso un limite, una frontiera. Non conosco i motivi a monte del quarto disco dei Dulcamara, Indiana, che nella voce di Mattia Zani trova una desolazione simile a quella che spira in California coi venti di Sant’Ana. C’è il tema del viaggio, del folk, di quella ricerca di se stessi che spinge a fare fagotto e ad andarsene in qualche posto caldo di cui non si conosce nemmeno la latitudine.

I Dulcamara caricano i bagagli e partono, non privandosi di contaminazione alt-country, di riferimenti a sonorità tex-mex (Ladum, Terminal) e, perché no, pure della psichedelia (Labirinti immaginari), che non ci sta mai male quando hai l’atteggiamento di fregartene di tutto mentre centellini ogni parola, ogni nota, per incasellarle meglio possibile nelle orecchie di chi ascolta. In Indiana le atmosfere sono torbide, lo spirito è quello di una persona di ritorno da tutto che sente l’esigenza di partire quando nasce un «ghigno sulla bocca». È un continuo perdersi senza aver la forza e la voglia di ritrovarsi, mentre, qualcuno di onesto, che ha per tetto solo la volta celeste, intona una malinconica canzone d’amore.

 

12 febbraio 2017
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