• Nov
    30
    2018

Album

Columbia Records, Sony Music Entertainment

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Esattamente così: il nuovo album di Earl Sweatshirt è una raccolta di canzoni rap nel senso più autentico e basale del termine, uno stream of consciousness, anzi uno stream of rap, su fumanti loop che non sorprenderanno chi ha conosciuto e amato il personaggio finora, ma con una punta di stagionato non so che che lo ricongiunge a uno status di culto finalmente conquistato (e meritato). Il filo rosso è quello che lega I Don’t Like Shit, I Don’t Go Outside e Doris: l’hype attorno a un ragazzo che si è trovato suo malgrado al centro di mille riflettori e ha reagito chiudendo le inferiate, abbassando le saracinesche, rifugiandosi nell’alcol e in questo mumble-rap inzuppato nella cannabis che ha contribuito a peggiorare in questo senso la sua situazione, con stalker fan a dargli la caccia e una quantità di informazioni e speculazioni sui suoi testi da rasentare la maniacalità.

Ancora una volta Earl rappa di quel che gli passa per la testa, o più che altro di quel che gli è successo, e lo fa da solo o accompagnato da stretti accoliti che sono alcuni talenti emergenti della East Coast, come Medhane e MIKE, per le barre, e Standing on the Corner e Sixpress per le basi. Campioni, basso e missaggio sono fatti di quella pasta che chi ha confidenza con i cataloghi di Madlib, Dilla, MF Doom e Ghostface Killah, conosce bene, ma molto di ciò che ci piace qui sembra passare al setaccio del jazz. Jazzy è quell’incastro di loop, belli stipiati eppur sbilenchi, hauntologici e narcotici, che spesso contengono voci trovate e petulanti o note di piano offtune (già marchio del collettivo Odd Future ora defunto), campioni che vanno avanti indisturbati per lo scarso minutaggio delle tracce; musicalmente, è tutto ciò che succede, e musicalmente è tutto ciò che serve a queste rap song per maturare in urban poetry disegnando uno spazio attorno tutto loro, roba che ci piace vedere in parallelo con quella che Ishmael “Butterfly” Butler ha recapitato dentro e fuori gli Shabazz Palaces. Ish viene tirato in ballo (e omaggiato) nel ritornello di Shattered Dreams («Yeah, my nigga Ish, told him it’s a feelin’»), uno dei pochi ma anche il più catchy. Da queste parti i ritornelli scarseggiano così come gli appigli per il turista della rap-o-crazia. Un altro lo si trova nel singolo The Mint («Two years, I’ve been missing, livin’ life/ It was wildin’, every day was trash») e quello, assieme a una strofa contenuta nell’altro brano che ha anticipato la pubblicazione del disco, Nowhere2go («I spent my whole life depressed / Only thing on my mind was death / Didn’t know if my time was next») dà la perfetta stura ad almeno due concetti: Earl compone al meglio quando deraglia del tutto, ma è proprio in questo suo rimestare nel torbido che se ne esce, catartico e sublime, tra lampi di saggezza, stonata lucidità e naturale talento per il rap. Dispiace un po’ non esser madrelingua e dispiace un po’ non respirare da vicino il clima socio-politico statunitense; servono entrambi i fattori (e Genius aperto sul computer) per grattare a fondo la superficie di un disco che non è soltanto una raccolta di antinfiammatori per l’anima, ma un prezioso taccuino di brevi narrazioni che – proprio per ciò che hanno da dire, per i segni e i significati che tirano in ballo e per la morbidezza con la quale li accostano a figure retoriche e metafore – possiedono lo scarto necessario per aspirare all’universalità.

Dietro al disco ci sono alcune importanti note biografiche: Hugh Masekela, ovvero la leggenda jazz sudafricana campionata nello strumentale in coda alla scaletta (Riot!) è suo zio, ed è stato più volte omaggiato da Earl. Lui e suo padre, Keorapetse Kgositsile, sono morti entrambi proprio quest’anno, e fa un po’ tenerezza sapere che Playing Possum – che sovrappone un discorso di ringraziamento della madre, l’insegnante di Legge Cheryl I. Harris, a una poesia del padre – era un regalo ad entrambi i genitori da parte di un pacificato figlio. Del resto, tutte le canzoni di questo lavoro parlano di ritrovata unità e perdòno, e sono state registrate prima dei lutti. Tutto il dolore che è scaturito da quelli ha portato solo in seguito il rapper a un bell’esaurimento nervoso, che la scorsa estate lo ha costretto a cancellare la tournée europea. Impossibile non leggere il disco anche da questo punto di vista, eppure la sua forza emerge come qualcosa di più ampio e onnicomprensivo del mourning record, per vie e percorsi che da uno stato di profonda alienazione conducono alla ricerca di se stessi, al fare patti con il nonsense della vita. Un qualcosa di potente che ha accomunato generazioni di musicisti jazz, ma, appunto, non solo loro.

3 Dicembre 2018
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Earl Sweatshirt

I Don’t Like Shit, I Don’t Go Outside

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