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Dopo aver spiazzato addetti ai lavori e semplici fruitori con due degni episodi (Mechanics of Joy per Prologue e Geographic sotto la nostrana M_REC LTD) necessari per mettere nero su bianco la recente svolta intrapresa, il prolifico produttore sudafricano – ma trapiantato nella Big Apple – Brendon Moeller dà alle stampe questo ambizioso Storming Heaven, terzo album sotto il moniker Echologist e decimo in carriera (considerando anche i full length usciti a proprio nome e come Beat Pharmacy).

Conclusione dei due citati EP, quest’ultima produzione completa idealmente il trittico e si pone come netto spartiacque rispetto alla precedente fase artistica legata all’omologante (e invalidante) comfort zone dub techno. Nonostante la copertina non lo dimostri affatto, vista la rara bruttezza che la contraddistingue (oltre al fatto di non essere minimamente legata al filo conduttore dell’LP stesso), l’imperativo moelleriano dietro alle nuove tracce è scuotere, far uscire la propria arte dal binario morto in cui si trovava, mettere in rilievo una struttura sonora in grado di giostrarte un caleidoscopico di variegati elementi sonici. Spicca la componente nostalgica e ossessiva da post-trip (il titolo dell’album è un evidente omaggio al libro di Jay Stevens sull’LSD) sulle vecchie istanze deep più placide e rassicuranti che tendevano ad emulare fin troppo le soluzioni messe egregiamente in pratica dai Basic Channel, dalla fucina di talenti Chain Reaction (Moeller in passato ha collaborato con Paul St.Hilaire, NDR) e dalla Deepchord.

Confrontare questo lavoro con i precedenti Explorations n.1 e Subterrean, o con gli EP usciti per Rekids, Ann Aimee, Pomelo, Echocord, Mule, Electric Deluxe e Nite Grooves, ci aiuta a comprendere quanti pochi punti di contatto ci siano con il passato: si rintracciano giusto negli spaccati metropolitani di Goodbye, nei borbottii dub che si tramutano repentinamente in scatti isterici (in Guilty Pleasures) e nel tribalismo che di tanto in tanto fa capolino in 77, traccia conclusiva all’album. Per il resto, il disco fila via tra ruvidità  (M13+ DPO e Down the rabbit hole), papabili outtakes da compilation Panorama bar (Even if and especially when) e celestiali spunti tech-funk (Lost).

Evidente lavoro di transizione, Storming heaven non si attesta su posizioni particolarmente decise, nonostante le buone intenzioni di fondo. Brendon è uomo d’esperienza (e mestiere), gli episodi validi non mancano, eppure incertezze e soluzioni ancora in fase di definizione non possono essere taciute.

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