• Lug
    23
    2013

Album

Vagrant, Rough Trade

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La hit Home non solo ha cambiato la vita di Alexander Ebert e dei suoiEdward Sharpe & The Magnetic Zeros, ma in qualche modo ha anche inaugurato (Of Monsters and Men e Lumineers ne sanno qualcosa) il periodo d’oro del folk disimpegnato da classifica.

Home però è stata anche un’arma a doppio taglio: ha garantito il successo diesel dell’album di debutto Up From Below (2009), ma in parte ha tarpato le ali al successivo – e più meditativo – Here (2012), un mezzo flop – considerata anche l’esposizione mediatica del genere – confermato dal fatto che oggi, nonostante Here sia uscito appena un anno fa, Up From Belowvende più copie.

Esclusa la vittoria ai Grammy 2013 per il documentario on the road Big Easy Express – nel quale veniva immortalato lo stato di grazia della band durante il Railroad Revival Tour 2011 in compagnia di Mumford and Sons e Old Crow Medicine Show – quella di Edward Sharpe & The Magnetic Zeros sembra essere una parabola discendente e il terzo, omonimo, disco purtroppo lo certifica.

Inizialmente pensato come seconda parte di Here da pubblicare a brevissima distanza, Edward Sharpe & The Magnetic Zeros rimane impregnato delle stesse sonorità vintage/roots, ma il grande fascino delle paludi qui impedisce al collettivo di effettuare lo step necessario per rilanciare prepotentemente la carriera: le atmosfere rurali e grezze sono ancora presenti e il suggestivo timbro di Alexander riesce sempre ad evocare tempi e luoghi lontani, ma per la prima volta diventa lampante una preoccupante carenza a livello di songwriting.

Nonostante l’attitudine teatrale che sembra frutto di un copione hollywoodiano, Alex e Jade non danno l’impressione di essere degli imbroglioni, anzi sembrano sempre stracolmi di una passione che trasuda onestà (persino il passaggio “country calling, yeah I’ve got to leave LA” è credibile), il problema semmai è che lungo le dodici tracce di Edward Sharpe & The Magnetic Zeros a deficitare sia proprio la capacità di attirare l’attenzione ed incentivarne il riascolto.

La contemplazione degli old-days e il gusto pop vengono sintetizzati piuttosto bene in Better Days e lodevole è anche la rinvigorita sensibilità psichedelica sixties di derivazione Beatles (Let’s Get High… quella batteria…), accentuata anche dalla progressiva lo-fizzazione retrò del suono a livello di produzione. Convincono invece meno i giochi a due voci (Two) che agli esordi era uno dei punti di forza, le eccessive tentazioni gospel-soul – tanto perfettamente ricamate quanto soporifere nel risultato – di Please!, l’escursione in basso-baritono (tra Crash Test Dummies e De Andrè) di They Were Wrong e i numerosi filler che rispondono al nome di If I Were FreeIn The Summer e In The Lion.

Così impeccabile a livello di immagine e così revivalisticamente incontestabile a livello stilistico, il progetto Edward Sharpe & The Magnetic Zeros dà l’impressione di essere schiavo di se stesso: se sul palco continua a coinvolgere e a far valere le proprie qualità teatral-intrattenitrici, a livello discografico è probabilmente orientato maggiormente al – per il momento ancora ipotetico – greatest hits catalog best-seller che alla realizzazione di dischi che contano.

26 Luglio 2013
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