Live Report

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Le cose che attraggono immediatamente l’attenzione entrando all’Alcatraz giovedì sera sono due: la temperatura insolitamente bassa – che poi scopriremo essere un’indicazione di Mr. E. in persona – e il personaggio che si agita sul palco sotto i riflettori, ovvero un clown. Non quei clown dalle parrucche variopinte e dai fiorellini nel cappello, ma un pagliaccio metà Pierrot: una figura inquietante e candida al tempo stesso che non può non ricordare il Pennywise di Stephen King. Se ne sta lì a guardare il palco con aria indecifrabile, finché non attacca una serie di cover che spazia dal blues, al rock, al folk e culmina con un mash-up live di Celine Dion e Metallica. La voce di questa bizzarra figura, affiancata da una ragazza vestita da Minnie che agita un’enorme banana gonfiabile (no, non sto scherzando), è incredibile. Il pubblico, che all’inizio lo guarda con quell’apprezzamento sornione che solitamente si concede al gruppo spalla, all’exploit di My Heart Will Go On più Enter Sandman va letteralmente in solluchero. I Puddles Pity Party, con questa performance inaspettata e l’allure poco velatamente trash che li circonda, conquistano anche noi.

Chi è qui, del resto, ha già messo in conto una buona e probabilissima dose di sorprese. Gli Eels non sono propriamente un gruppo che se ne sta sul palco compassato e abbottonato, anzi. L’eccentricità del frontman, il carismatico e barbuto Mark Oliver Everett in arte Mr. E., è uno dei marchi di fabbrica di una band che ha da poco celebrato i dieci anni di attività. Non stupisce, dunque, l’opening da parte dei Puddles Pity Party. Meno attesa la performance di Nicole Atkins, giovane cantautrice del New Jersey dalla voce incantata ma forse troppo monocorde.

Gli Eels mancavano a Milano da tre anni. L’uscita di Wonderful, Glorious lo scorso 4 febbraio per Vagrant Records aveva fatto presagire il ritorno di Mr. E. in Italia, e la conferma della notizia è arrivata prestissimo. L’Alcatraz è pieno, ma non pienissimo come ci si poteva aspettare. I fan sono tantissimi, ma si tratta di un pubblico mirato. Si intravedono pochi giovanissimi, l’età è abbastanza omogenea e chi è qui sa benissimo che cosa aspettarsi (e gli standard sono piuttosto alti). II pubblico è composto per lo più da chi si è innamorato degli Eels di Beautiful Freak, da chi ha consumato la cassetta di Electro-Shock Blues, da chi conosce a memoria Hombre Lobo e End Times. È difficile che qualcuno sia giunto all’Alcatraz dopo aver ascoltato l’ultimo Wonderful, Glorious, ed è un peccato perché Mr. E. si sarebbe meritato un pienone con i fiocchi. Quelle che seguono sono due ore di performance incredibili, intense, generose e dense.

Everett, Chet, P-Boo, Honest Al e Knuckles si presentano sul palco vestiti con una tuta dell’Adidas scura e indossando occhiali da sole. Attaccano con Bombs Away, prima nella tracklist di Wonderful, Glorious: l’acustica è eccellente, ogni basso è un colpo nelle costole, ogni parola sputata fuori dalla voce incredibilmente potente, versatile e sensuale di Mr.E. si insinua nelle orecchie senza perdersi nell’aria. La scaletta spazia da moltissimi brani nuovi ad alcune, imperdibili chicche degli album più vecchi. A sorpresa, gli Eels ci regalano anche una meravigliosa cover di Oh, Well dei Fleetwood Mac che mette subito in chiaro una cosa: Mr. E. e soci sono qui per divertirsi. Chi si aspettava una trasposizione fedele di grandi classici si ritrova deluso: le parole d’ordine sono riarrangiare, manipolare. Da In My Dreams a Fresh Feeling, ci si ritrova tra rock, garage, fuzzy e funky. Everett ogni tanto si interrompe per chiedere un abbraccio ai membri della band e vuole persino celebrare i dieci anni con Knuckles, attraverso a una piccola, dissacrante, cerimonia di rinnovo delle promesse proprio sul palco dell’Alcatraz, che culmina con un assolo schizofrenico del batterista accolto con uno scrosciare di applausi degno di Broadway.

La sobrietà non è degli Eels e ci fa piacere. La band sa perfettamente come intrattenere il pubblico: alterna ballate agrodolci a capolavori come la tanto attesa Souljacker Pt., tira fuori dal cappello deliziosi mash-up tra My Beloved Monster e Mr. E’s Wonderful Blues e sa come sfruttare al meglio i silenzi. In fin dei conti, dieci anni non sono pochi, come dimostra qualche pelo bianco nella barba di Mr. E.

Il concerto si chiude con un delirio post-moderno in cui gli Eels, affiancati da Pennywise e dalla Minnie di prima, si autocelebrano con Go Eels, una chicca coniata appositamente per la serata. Sono passate due ore e il pubblico lascia l’Alcatraz soddisfatto. Il merito più grande di Mr. E. è quello di coinvolgere gli ascoltatori a tal punto, da fargli dimenticare per qualche ora gli ormai assillanti e onnipresenti iphone e ipad che affollano i locali. Niente flash, niente video, tanti occhi puntati verso il palco. God damn right, it’s a beautiful day, uh-huh.

25 Aprile 2013
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