Live Report

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Eels e Flaming Lips in Piazza del Duomo a Prato, nella stessa sera: incredibile. Passato lo stupore della notizia, negli ultimi due mesi mi è capitato spesso di pensare alle affinità e divergenze tra due band del genere, di conseguenza alla misticanza di sensazioni che avrei provato la fatidica sera del 1 settembre. Di risposte ne ho trovate poche, mentre al contrario la curiosità saliva. Anche perché, confesso, non avevo mai visto i Lips dal vivo. Gli Eels invece sì, però nel tour di cinque anni fa, quando portarono in giro il repertorio in versione pop jazzato, tutto piacevolissimo però, insomma, degli Eels che amo mi mancava qualcosa. Tutte premesse destinate a svanire come lacrime nella pioggia, se la pioggia – annunciata dalle app meteorologiche in pieno estro da fine stagione – avesse funestato la serata.

Invece no: clima mite, tendente al caldo. Un crepuscolo da lacrime, quello che ha accolto l’entrata in scena di Mr. E accompagnato da un trio (chitarra, basso, batteria) dalla chiara e cruda attitudine rock con ascendenze roll ed RnB: aprire la scaletta con Out In The Street degli Who e Raspberry Beret di Prince è stato come schiudere la noce e offrire il mallo carnoso e febbricitante delle varie Bones Dry, Dog Faced Boy e Tremendous Dynamite, una fregola graffiante che ha visto il quartetto ripensare in chiave punk rock la altrimenti zuzzurellona I Like Byrds e ricollocare Mr. E’s Beautiful Blues dalle parti di un hard-blues lancinante.

Tutto ciò è però ovviamente un gioco, delle parti e d’arte varia, che torna utile al buon Everett per mettere in piedi la recita da rockettaro foderato di jeans, come se rock e jeans fossero il bozzolo protettivo di cui ha (abbiamo) bisogno per resistere all’assedio della merda quotidiana (a cui opporre la battagliera resistenza del rock, definito a sua volta e più volte – affettuosamente, ironicamente, sardonicamente – da Mark come “shit”). Un bozzolo che tra baldanza e pose varie mostra programmaticamente le crepe da cui filtra la luce dello scontento, segnali inconfondibili di quell’intruglio d’amarezza e dolore (sul punto di farsi disperazione, ma in equilibrio su una palpitante dolcezza) che degli Eels è sostanza e spesso forma: vedi su tutte I Like the Way This Is Going e la cover di Love And Mercy (di Sua Maestà Brian Wilson).

La chiusura con The End dei Beatles – strumentale perché Mr. E nel frattempo è uscito di scena lasciando implicito il celebre motto finale dei Fab Four (“And in the end/the love you take/Is equal to the love/you make“) – è il sigillo di una parabola coesa, quasi un’ora e mezza di adrenalina e goliardia, il mestiere come una pelle da cui traspaiono i nervi dell’inquietudine. E poi? Poi, un laborioso cambio di palco, tutta la paccottiglia e le bocche di fuoco e il sensazionalismo kitsch dei Lips vengono posizionati per meglio convergere sul “paziente”, cioè il pubblico portatore insano di amarezza, grigiore, cuore peso, preoccupazioni, frenesie social, insomma di tutti gli effetti collaterali e indesiderati di quella malattia che ci ostiniamo a chiamare vita.

Come dicevo, mai visti prima i Flaming Lips dal vivo, ahimé. Però molto sapevo del carosello immaginifico delle loro esibizioni. E, spinto da debordante curiosità, molti video ho visto negli anni. Posso insomma dire che ero pronto a tutto quello che mi sarebbe capitato di fronteggiare. Ma trovarsi in mezzo, sotto, dentro a quella macchinazione ipercromatica, a quel radiante delirio, io, tu, noi tutti immersi nella baracconata ciclonica imbastita dalla band di Coyne, Ivins e Drozd (loro i membri storici), beh, è esperienza invero segnante.

Dopo l‘Also Sprach Zarathustra introduttivo con le sue suggestioni spacey tremebonde, Race For The Prize sparata a mille in un tripudio iperbolico di coriandoli, geyser, palloni e vampe, ha significato spedirci (loro, noi, la terza dimensione e la quarta parete) in un mondo a parte, un po’ come fanno le barriere d’aria dei negozi in estate, quella botta fredda tra capo e collo che ti dice: “adesso sei dentro, e il fuori è fuori”. Ed ecco, è proprio così: il fuori è come interrotto, sei dentro a una bolla vorticosa assieme ai Lips che tentano di convincerti quanto sia wonderful l’esistenza malgrado grigiore e orrore ci strozzino sistematicamente il cuore. Ci provano a forza di stelle filanti, pupazzi gonfiabili e unicorni di plastica, il tutto con la sapiente (forse) supervisione di quell’imbonitore un po’ /guru/gelataio/genio della lampada/giocattolaio che sembra spassarsela alla grande mettendo in fila pezzi pop dallo spazio profondo di un fumetto scompaginato. Ci provano e in qualche modo – sia pur estemporaneo, fragile, precario – ci riescono.

Le armi di stupefazione di massa dei Flaming Lips sono quindi un armamentario da party fracassone, un iperpop ad alto tasso di ilarità nonsense che però cova un palpabile senso di disfacimento, una sorta di compassione per le avvisaglie della patologia terminale in cui noi tutti – piaccia o meno – ci ritroviamo a sguazzare. Ed ecco quindi un valido motivo per cui i nostri Patch Adams popadelici hanno concepito il loro show come la madre di tutte le terapie palliative, in cui la consapevolezza resta sullo sfondo a fungere da cortina fumogena.

Ben cinque pezzi su tredici arrivano da Yoshimi, album che non a caso rappresenta la matrice estetica del recente (e totalmente ignorato dalla scaletta) King’s Mouth, nonché evidentemente l’apice di una fase poetica introdotta dal più celebrato (giustamente) The Soft Bullettin, da cui provengono oltre alla gia citata Race For The Prize una Feeling Yourself Disintegrate che si è agiudicata la palma di climax della serata, a pari merito con la toccante cover di True Love Will Find You In The End (del mai troppo celebrato Daniel Johnston).

Perché, sì, oltre alla caciara c’è musica, e ben strutturata, con le due batterie, il basso ombroso, chitarre e tastiere a dosaggio variabile, quel senso di happening nel quale estemporaneità e controllo vanno nella stessa direzione. Un percorso da cui ti lasci accompagnare, soggiogare,  come a volte capita in quel tipo di sogni da cui ti risvegli un senso segreto di cose ritrovate, un attimo prima che altre luci, altri colori, ti riconsegnino a un mondo più vero, ma non per questo migliore, non per questo il tuo.

Dunque, cosa unisce – ammesso che esista la possibilità di stabilire un legame di un qualsiasi genere – Eels e Flaming Lips? Gli essenziali, quasi spartani Eels all’iperbolica e colorata fumetteria Lips? Poco o nulla, anzi, qualcosa: un simile senso per lo spettacolo come ultimo rifugio, per la finzione come scossa brutale o effervescenza pop sovraccarica, queste le condizioni per accedere a una dimensione disallineata, al pop rock capace di rimettere in discussione le gerarchie dell’appartenenza, e la solidità cementizia del contratto sociale, a un luogo dove per un po’ accada l’incantesimo di sentirsi vivi davvero.

3 Settembre 2019
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