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Mr. E. O forse Mr. rock & roll. Ci scherza su anche lo stesso Everett a una ventina di minuti dall’inizio del concerto e dopo aver inanellato con la sua band quattro-cinque brani tiratissimi, quando dal cilindro delle battute tira fuori un surreale «rock the castle!» in riferimento alla vicina Rocca Malatestiana di Cesena, ovvio omaggio al Rock The Casbah di clashiana memoria. Gli Eels si presentano in quattro, batteria-basso-chitarra (e che chitarra…un esemplare incrocio tra ritmica e solista che avrebbe fatto la felicità di Keith Richards e che regge tutta l’impalcatura dei brani), con un E pronto ad aggiungere alla bisogna un’ulteriore sei corde o magari qualche suono percussivo. Il timbro è quello di dischi come Hombre Lobo: ruvido ed essenziale, un po’ velvetiano e un po’ garage, ma con certi overdrive in zona rossa che tagliano come delle katane. E infatti in scaletta finiranno vari brani da quel disco, come una Fresh Blood posta quasi in chiusura, nel secondo bis (in totale, un’ora e quaranta circa di concerto), una Prizefighter che fa ondeggiare tutto il cortile della fortezza e una poeticissima e loureediana That Look You Give That Guy. Nel tritatutto elettrico finisce anche il classico Novocaine for the Soul da Beautiful Freak, e in una serata di «badasses» romanticoni e un po’ sgarrupati, il brano diventa un tripudio di riff à la The Who.

Il concerto che gli Eels tengono nell’ambito del festival Acieloaperto è soprattutto una bella dimostrazione di come la musica possa essere un rito corale e salvifico al tempo stesso: vedere uno come Everett – a cui dovrebbero fare una statua per come è riuscito a uscire anni fa da un periodo di sfighe e tragedie familiari che avrebbe abbattuto anche un bisonte (da QUEL disco, ovvero Electro-Shock Blues, vengono suonate Climbing To The Moon e P.S. You Rock My World) – ridersela di gusto e cedere a qualche siparietto davvero divertente (tra i migliori, la Fanfare for Rocky che introduce lo show, una richiesta di E a dio in persona perché diminuisca la nebbia artificiale sul palco e il brano suonato e cantato da tutta la band per presentare il batterista «Little Joe», con tanto di particolari su vita privata e segno zodiacale del suddetto nel testo) è quanto di meglio si possa chiedere come valore aggiunto a un concerto che fa quello che deve. In primis, veicolare un’energia positiva come quella che permea l’ultimo lavoro degli Eels, The Deconstruction (qui la nostra recensione), disco introdotto nelle note stampa da frasi come: «Questa è solo musica. La musica di qualcuno che crede che il cambiamento cominci dal vostro cortile. Sono abbastanza ottimista da pensare che certe cose possano ancora aiutare le persone». E allora non possono mancare l’anthem Today Is The Day, una fascinosa Rusty Pipes, l’ossuta Bone Dry, la ritmicamente irresistibile You Are The Shining Light, per un live che in realtà pesca un po’ da tutta la discografia della band, come nel caso di una I Like Birds proveniente dalle session di Daises Of The Galaxy o di una Souljacker Part I presa da Souljacker.

Un pubblico divertito quando non proprio esaltato (oltre che numeroso), una serata di giugno frescolina (per usare un eufemismo) e lo splendido scenario della fortezza di Cesena fanno da contorno a un live che si chiude con un ringraziamento sentito da parte di Everett a Prince, gli Who e Brian Wilson che vale più di mille parole. Forse non saranno così influenti sulle sorti della musica contemporanea come lo sono stati nei Novanta, ma gli Eels rimangono una live band esaltante, ironica e con i cosiddetti attributi. Perlomeno fino alla prossima incarnazione.

25 Giugno 2018
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