• Giu
    02
    2017

Album

Stickman Records

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Lo stoner metal è indubbiamente uno di quei sottogeneri che meglio rappresenta il meccanismo inflazionato e un po’ perverso del revivalismo compulsivo, trovando linfa nei prodromi del sound già nella lezione impartita dai Sabbath, ma attingendo a fonti trasversali – è la forma evoluta, furente e molto spesso psicotropa delle cavalcate all’Electric Ladyland, il doppelganger oscuro delle divagazioni cosmiche del Morto Riconoscente. Il genere continua tuttora ad avere il proprio seguito, guidato dai soliti baluardi e sospinto dalla loro popolarità postuma (è recente l’apparizione dei riformati Sleep al Primavera Sound), ma pur sempre tenuto in vita dalla mostruosa abnegazione che nuovi interpreti come gli Elder da Boston, Massachussets, hanno mostrato. Il trio formato dal frontman e chitarrista Nick DiSalvo, il batterista Matt Couto ed il bassista Jack Donovan (subentrato al dimissionario Chas Mitchell) rappresenta infatti una di quelle nuove leve: nell’arco di quattro LP (più split e collaborazioni, e un live album al festival di culto Roadburn, autentica mecca per gli appassionati) la band ha percorso una sorta di parabola ascendente, mostrando un’autentica capacità nell’evolvere il proprio sound in qualcosa di sempre più complesso ed eccitante.

La formazione ha sempre pensato in grande, perseguendo un’etica progressiva in tutti i sensi: se l’esordio omonimo del 2008 e il successivo Dead Roots Stirring del 2011 mostravano DiSalvo e sodali alle prese con primitive e ruvidissime cavalcate a rotta di collo verso l’oscurità, il successivo Lore del 2015 sublimava quella composta arida e massiccia in un sound più diluito, colloso, elastico, segnando per giunta il significativo passaggio alla Stickman Records dei norvegesi Motorpsycho, dai quali i Nostri devono aver assorbito l’estetica e il modus operandi; l’opera indicava infatti un deciso passo verso sonorità più distese e lisergiche ma non meno potenti in quanto ad impatto, mostrandoci i tre in stato di grazia. E se Lore era il passo, Reflections of a Floating World è proprio la falcata che molti si aspettavano: il disco riesuma le fluidità del predecessore, e se vogliamo insiste ancor di più sui contrasti sonori, ammantato di un’aura pinkfloydiana e genuinamente epica. Non c’è ruffianaggine alcuna, nessun trucco o inganno: gli Elder sfoderano sei brani al solito lunghi che si prendono tutto il tempo per snodare il loro articolato storytelling direttamente nelle nostre cuffie, lasciandoci felicemente a mascella dispiegata. Brani come Staving Off Truth o l’opener Sanctuary sono lo specchio di una band che sembra aver trovato l’equilibrio perfetto tra le dinamiche sonore, tra forzute accelerazioni ad alto voltaggio, droppate di scuola doom e passaggi eterei. Reflections ci pone davanti al compromesso non facile di dedicare anima ed orecchie alla causa per tutta la sua lunga durata, ma ci ripaga perché lascia trapelare una certa leggerezza nei suoi schemi, segno che la band è matura e a briglia sciolta come non mai: basta lasciarsi ammaliare dai nove minuti di jam krauta di Sonntag, dall’attitudine quasi free jazz, per carpirne l’essenza.

Come il mondo fluttuante del titolo è ritratto capovolto sulla copertina, gli Elder ribaltano il concetto stesso di stoner come un uovo al tegamino, nel giro della pantagruelica e goduriosa ora e passa di viaggio allucinante in quattro dimensioni.

20 Luglio 2017
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Reflections of a Floating World

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