Recensioni

6.8

Dopo che il precedente album, Ship Of Fools, aveva visto flirtare il loro sognante psych-rock con elettronica e ritmi dance, Rishi Dhir riporta gli Elephant Stone su binari che sono loro più congeniali. Lo si era capito con la pubblicazione del primo singolo We Cry For Harmonia: il jingle jangle delle chitarre in primo piano, il canto rilassato e il mood avvolgente rimandava a quello dei primi lavori della band, sebbene il tutto fosse benedetto da una produzione eccellente.

Se un difetto può essere imputato a un album altrimenti impeccabile come Hollow è proprio quello di giocare fin troppo sul sicuro. Dhir sposta il fulcro creativo dalle sonorità alla narrativa per costruire il suo personale Yellow Submarine. Hollow è un regalo che il musicista fa alla figlia Meera di 9 anni (la cui voce figura anche in qualche brano): una vera e propria favola distopica, dalla forte componente ecologista e dalle numerose citazioni beatlesiane, a partire dai video che accompagnano i brani dell’album e che paiono proprio un aggiornamento dello scontro fra Fab Four e “biechi blu”.

Gli echi di Stg. Pepper fanno capolino nelle fanfare che chiudono la title track, ma si tratta di un elemento di colore all’interno di un puzzle più complesso. Rishi è un esegeta della prima psichedelia, di quella più recente e di tutta quella che sta nel mezzo. Alla base del suo sound c’è sicuramente il jangle pop, nelle sue forme più psicotrope. Quelle in cui lo squillare delle 12 corde si confonde con le sonorità esotiche del sitar e i ritmi della batteria sfumano in un frenetico percuotere di tablas. Ma suoni e atmosfere sono quanto mai funzionali alla narrazione. Ad esempio nei quattro brevi frammenti che impreziosiscono la prima parte dell’album, innestandosi l’uno nell’altro, come movimenti di una suite in cui si alternano ipnotiche litanie kraut (Darker Time, Darker Space), potenti escursioni space rock (Land Of The Dead) e filastrocche folk dal sapore harrisoniano (Keep The Light Alive).

Nella seconda parte della tracklist, il massiccio ricorso alle sonorità analogiche porta a qualche assonanza in più con i Tame Impala di Lonerism. Rispetto a Kevin Parker e compagni, tuttavia, gli Elephant Stone suonano più filologicamente 60s, pervasi come sono da un senso di estatico utopismo che riscatta l’album dai passaggi più ingenui.

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