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Da qualche parte in questo libro viene citata una frase del grande Alexis Korner. Casomai vi chiedeste cosa c’entri Korner con un libro sui – come recita il sottotitolo – “Maledetti e dimenticati della canzone italiana”, tranquilli, ci arriviamo tra poco. In ogni caso, la frase è: «il grande musicista è quello che sa quando non suonare». Ecco, credo che la bravura di Elisa Giobbi sia più o meno questa: conosce il modo e il momento in cui farsi da parte e lasciar entrare il personaggio, cedere la parola alle testimonianze, alla cronaca, al personaggio stesso in forma di dichiarazione o – nella fattispecie – di canzone. Una tecnica cronachistica affinata dall’autrice fiorentina nel tempo e col susseguirsi dei saggi, da Firenze suona (tra le altre cose, una vera e propria bibbia della wave fiorentina) a Love (& Music) Stories, passando da Eterni e Rock’n’roll Noir, senza scordare la produzione sul fronte della narrativa (due romanzi, La rete e La sposa occidentale).

Con questo La morte mi fa ridere, la vita no, Giobbi torna a calpestare un terreno a lei caro, quello dell’attrito tra vita e arte, tra creatività e successo, tracciando il perimetro attorno alla cornucopia assai composita della canzone nostrana, da cui estrae sette personaggi cruciali eppure forse non del tutto messi a fuoco, per certi versi perfino equivocati, tanto dal pubblico che dalla critica. Sono, nell’ordine, Fred Buscaglione, Piero Ciampi, Luigi Tenco, Franco Califano, Gabriella Ferri, Mia Martini e Rino Gaetano. A questi vengono dedicate altrettante mini biografie, indagini brevi ma ficcanti sulle tracce di un male di vivere dai contorni assai diversi eppure simili nel provocare una frattura, un disequilibrio, la spina nell’anima che comprometteva il loro rapporto col mondo della musica e, ahiloro, spesso con il mondo in generale.

Due tragici incidenti stradali (Buscaglione e Gaetano), due suicidi acclarati (Tenco e Ferri) e uno probabile (Martini), due decessi per “cause naturali” che stili di vita meno disarticolati avrebbero potuto posticipare: questo il triste bilancio, ma è soppesando le concomitanze, gli intrecci, la crudeltà con cui il destino riesce a trasformare le congiunzioni favorevoli in occasioni perdute, che ci investe in pieno la portata del talento sprecato o colpevolmente dimenticato.

Discorso che vale – forse ancora di più – per gli altri sette mini ritratti in coda al volume, dedicati a nomi senz’altro più oscuri, ovvero e nell’ordine: Daniele Pace (autore prolifico nonché tra i fondatori – assieme a Giancarlo Bigazzi, Totò Savio e al recentemente scomparso Alfredo Cerruti – degli indimenticabili Squallor), Ugolino, Franco Fanigliulo, Enzo del Re (combattivo outsider che Capossela portò sul palco del primo maggio poco prima della morte), Stefano Rosso, Guido Toffoletti (bluesman di razza, amico tra gli altri di Alexis Korner, da cui la precedente citazione) e Massimo Riva (storico chitarrista di Vasco Rossi). A parte l’allampanato Fanigliulo, raccontato dalla stessa Giobbi, in questi casi la penna passa ad altri, ovvero figli (Attilio Pace), collaboratori (Vito Vita, Giò Alajmo), giornalisti (Timisoara Pinto) oppure – è il caso di Riva – alla sorella (la scrittrice Claudia Riva), incrementando così le sfaccettature emotive di una narrazione agile, accurata e accorata.

È un libro insomma che ti lascia con la voglia di riascoltare voci e canzoni a cui forse non abbiamo dedicato la giusta angolazione, o che semplicemente abbiamo dato per scontate, rendendole piccoli monumenti impolverati di un’epoca perduta. In un certo senso, potrebbe trattarsi non di un riascolto ma di un ascolto nuovo, con l’orecchio registrato su frequenze più profonde e ancora, in qualche modo, vive.

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