• Giu
    07
    2019

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Non è un caso che Ellen Arkbro abbia da poco suonato l’organo dal vivo a quattro mani con Sarah Davachi (il live era un adattamento di un brano del compositore inglese del 17mo secolo William Lawes). Il percorso delle due compositrici e performer si allinea sull’estetica dei droning e della meditazione, esplorando la dimensione temporale con suoni dilatati che coinvolgono molteplici strumenti, anche se l’origine comune sta nelle tastiere, in particolare l’organo. Le strade – come attesta questo secondo lavoro della svedese – si avvicinano anche dal punto di vista delle pubblicazioni.

Nel 2019 è uscito infatti anche il nuovo disco della Davachi Pale Bloom, ma se là si esploravano stati meditativi con l’uso di voci e archi, qui l’organico si fa ancor più minimale. Il disco è costituito da due lunghi pezzi (CHORDS for organ, CHORDS for guitar), e come dice il titolo non sono “nient’altro” che accordi. Sembrerebbe quasi banale la modalità compositiva: suonare per una ventina di minuti accordi tenuti. Semplice no? Il punto sta proprio in questa semplicità o se volete minimalismo: più si toglie più è difficile trovare qualcosa di interessante da dire o esprimere. Il suono dello strumento a canne nella prima parte viene arricchito con aggiunte di suoni di sintesi che spostano la tranquillità statica degli accordi tonali con micromovimenti utili a far avanzare il brano verso una dimensione esplorativa spazio-temporale. E qui veniamo al quid fondamentale dell’estetica di queste due nuove compositrici non a caso di genere femminile. Per esplorare il sé – ci dicono la Arkbro e la Davachi – non serve mostrarsi o emergere fallicamente, bensì è meglio praticare una profonda apnea (in una recente intervista sul mensile Wire la Arkbro dichiara di amare la sensazione di vicinanza al nulla che si percepisce nuotando) che vada a indagare nel profondo di noi stessi. Come succede all’americana, anche qui poi sono presenti connessioni con il minimalismo, percepibili più chiaramente nel secondo brano che utilizza l’algoritmo Karplus-Strong per la produzione di suoni di strumenti a corde (in questo caso la chitarra). Qui la vicinanza ai pezzi di La Monte Young e Marian Zazeela è lapalissiana (la Arkbro ha studiato con i due maestri americani), risultando a tratti un po’ troppo ingombrante.

Il disco della Arkbro va in una direzione personale, più dura all’ascolto rispetto a quello della Davachi e all’esordio del 2017 For Organ And Brass, ma non per questo meno interessante. La compositrice ha annunciato nuovi lavori imminenti per violino e viola, ispirati dall’acquisto di uno shō (strumento tradizionale giapponese della famiglia degli organi a bocca). Teniamola d’occhio.

11 Giugno 2019
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Chords. Intervista a Ellen Arkbro

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