• Gen
    01
    2004

Album

Sottosopra

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I quattro giovanotti hanno all’attivo qualche anno di sfaccettato e trasversale underground in virtù del quale possono mitragliarci con una scarica di riferimenti disparati: dalla torbida platealità dei Bauhaus all’inafferrabile sbrigliatezza dei Gang Of Four, dall’incubo tecnotronico dei Joy Division alle apocalissi crepuscolari dei Radiohead, dalla congerie distorsiva dei Mogwai al segreto viscerale dei primi King Crimson.

Il loro album di debutto allinea 7 brani (più una ghost track) di tutto rispetto, capaci di mettere sul piatto tastiere gotico-spaziali, un chitarrismo sanguigno e stratificato, asprezze percussive, solidificazioni hard, un canto irrequieto di chiara marca wave, complicanze ritmiche jazzy e trepidanti escursioni progressive. L’iniziale Cellophaned è quantomeno emblematica: alla furia marziale del riff fa eco una penombra di tastiere sdrucciolevoli, la voce cavalca inquietudine e delirio mentre la struttura verso-chorus finisce per sgretolarsi sulle nevrasteniche evoluzioni del finale.

Il resto della scaletta è un autentico rollercoaster emozionale, dal noise-dark di Waste Of Time (percorso da brividosi sgocciolamenti di piano) all’hardcore-punk atterrito di La Tipa (l’unico pezzo interamente in italiano), dalla farneticante devo-luzione di Desert (con un lavoro incredibile di sottofondo, in cui trovano epifania memorie genetiche di riff antichi e riverberi alla Wire) all’incedere free-wave di Division Pop Joy, fino a quel piccolo capolavoro che risponde al nome di Magical Dream, in cui l’abrasività delle corde e il beffardo contrappunto di synth spianano la strada al lattiginoso ritornello, prima che un bridge tarantolato sparpagli ulteriormente le carte lasciandoci – voilà – incantati. Due parole anche sull’obliquo malanimo che innerva la conclusiva Ricetta Per Il Sangue Amaro, il pezzo più ambizioso del lotto, in bilico tra generi (dark? Wave? Prog?) e idiomi (italiano ed inglese): corde in fibrillazione, tessiture imprendibili di tastiere, loop elettronici, vocalizzi da cardiopalma e palpitanti libertà ritmiche che diluiscono nel minimalismo struggente (un piano disperso, foschi panneggi sintetici laterali) della successiva traccia fantasma, interludio post-qualcosa tra l’incubo e quel sogno che – come ben sappiamo – forse è la vita.

1 Gennaio 2004
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