• Apr
    27
    2018

Album

Breaking World Records

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Togliamoci subito il sassolino dalla scarpa: quando si tratta di far coesistere in modo coerente fruibilità e spessore concettuale (una questione rovente, questa, che viene spesso declinata in critica verso un certo tipo di musica elettronica nuova e futuribile), allora il nome da fare è anzitutto uno, quello di Elysia Crampton. L’artista e musicista di origini boliviane ne ha dato prova un paio di anni fa con il fortunato drama-album Demon City, e ne dà conferma oggi con l’eponimo Elysia Crampton, quarto album (dal formato ridotto, come d’abitudine) della sua discografia, anche questo uscito per la personale e misteriosa etichetta Break World. Ora come allora, l’epicentro della musica di Elysia Crampton va rintracciato nelle sue origini amerindiane e in tutto il portato culturale di un popolo nomade e diasporico, alla cui storia la Crampton sembra legata indissolubilmente.

È il suo stesso corpo a parlare, la sua identità sessuale di donna transgender a farsi parlessere di una volontà che affonda le radici nelle dinamiche anti-colonialiste e nelle sacche di resistenza che hanno permesso alla cultura Aymara di scavalcare una storia fatta di soprusi: l’album, infatti, è dedicato a Ofelia (aka Carlos) Espinosa, rivoluzionaria trans boliviana vissuta nel secolo scorso. Così facendo, la Crampton sembra volersi porre in continuità con una tradizione, quella di chi ha usato il proprio corpo come strumento di resistenza più eloquente di qualsivoglia testo scritto, che è meno recente di quanto molti possano supporre. Ha senso, allora, che Elysia Crampton tiri in ballo il concetto amerindiano di taypi, una sorta di giuntura ideale in cui le coordinate spazio-temporali si mescolano (il vissuto di Ofelia è attuale oggi come e più di ieri) e gli opposti convergono. Non a caso, i sei brevi brani del disco vivono in virtù di una ambiguità ontologica propriamente detta: il loro statuto è quasi inafferrabile, non hanno un inizio né una fine, e nell’arco di pochi minuti sguinzagliano un mondo di eventi, sensazioni, colori. Questi brani, semplicemente, esistono. Esistono come delle frazioni incastonate in uno spazio-tempo indefinibile, pronte a dimenarsi nella morsa tra una desolazione insostenibile e una furia cieca e al tempo stesso ponderata che combina l’impossibile: stilemi andini (il comunicato stampa parla di kullawada, huayño, tarqueada, quirqui / tundique, khantus, morenada) e produzione digitale a firma d’Occidente, in un sodalizio tanto ben studiato, quanto all’apparenza estemporaneo ed immediato.

Già al centro del precedente Demon City, questa fascinazione concettuale e musicale intorno a un nucleo di latinità fa la forza di Elysia Crampton, in un movimento centrifugo che parte dai paesi latini e coinvolge chiunque abbia a cuore le tematiche legate alle lotte contro l’oppressione (pachakuti, che indica l’abbattimento delle strutture di potere, è l’altra parola chiave alla base del disco). Durante l’intero ascolto alberghiamo l’impressione di stare nel bel mezzo di una parata indigena, laddove l’ipotesi di una frenesia percussiva sviscerata su strumenti ritmici non comuni viene resa al meglio dalla capacità della Crampton di simulare un’orchestra improvvisata e dilettantesca che, in realtà, è solo nella sua testa. È sul basso continuo di questo percuotere ossessivo e asimmetrico che Elysia Crampton, tra beat poderosi ma frammentari, dispone il suo armamentario affastellando voci inumane inquietanti e mostruose, vetri in frantumi, gunshot, sirene, accenni strumentali (la chitarra elettrica, specie nella prima traccia, è un vero uncino), abbellimenti una tantum a misura di uno spirito ludico e ironico, miriadi di sample sciorinati a rotta di collo, melodie esotiche e sinuose.

Nulla da eccepire: Elysia Crampton sintetizza in soli 19 minuti le coordinate storiche, filosofiche e musicali di questa musicista davvero extra-ordinaria.

6 Giugno 2018
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