• Giu
    10
    2013

Album
Dva

Ninja Tune

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Le parole chiave nel successo dell’esordio di Emika nel 2011 possono riassumersi in sound design e nella definizione di noir lady. Con la prima ci riferiamo a una solida architettura sonica  in grado di spalmare le atmosfere trip hop di Bristol sulle superfici di bassi tanto debitori della dubstep briannica quanto della techno berlinese; con la seconda parliamo d’efficaci giochi sponda con tale architettura, sia per mezzo di una voce nuda che sussurra, s’angoscia, si erge e palpita, sia grazie al suo utilizzo filtrato da trick da studio di registrazione.

Su queste basi, utilizzando strumentazione sia sintetica che acustica e, non ultimo, il field recording (ricordiamoci che è stata Emika a fornire i field recording per la compilation Funf della Ostgut Ton) la Nostra ha costruito non solo le hit (Tonight, 3 Hours) ma anche un disco coerente nelle dominanti cromatiche (nero brillante, nero opaco, nero lucido ecc.), variegato nelle soluzioni canore (si va dall’omonimo dei Portishead, ai Massive Attack di Mezzanine) e arrangiative (stratificazioni chamber, piano classico, smalti electro usati con dovizia ecc.), e non ultima un’immagine coordinata fatta di videoclip, pose studiate e collaborazioni altrettanto mirate (la Brandt Brauer Frick e il successo di Tonight su tutte). Sementi di un successo scritto sulla carta, diventato realtà e, non dimentichiamoci, costruito interamente con le proprie mani tra un lavoretto diurno e l’altro.

Inevitabile, viste le premesse, la grossa pressione a cui la producer è stata sottoposta nella realizzazione di un sophomore che, per dirla subito e al netto dei guizzi produttivi del deubtto, deluderà i fan glamour della producer. “Ho deciso di sfidarmi” ha dichiarato Emika “volevo realizzare l’album che avevo immaginato tutto da sola, senza inegneri del suono, senza studio professionale, solo la mia creatività“.  All’isolmento è corrisposto un output spesso essenziale, con brani dai ritornelli non memorabili e strofe che vanno metabolizzate con ascolti ripetuti, del resto queste sono tracce che hanno richiesto un fatiscoso anno di lavoro nell’appartamento della producer – coadiuvata a metà del percorso, da Hank Shocklee nelle vesti di produttore esecutivo – ballad strette attorno a (parole sue) differenti dimensioni d’oppressione.

Nel cupo ed essenziale suono di Dva il grosso lo fanno dei synth riconducibili all’electro dei club dell’Est e corposi bassi che assorbono l’urgenza dubstep del debutto (Centuries), d’altro canto trovano spazio anche pianismi, archi e, in generale, un’eleganza algida in stile Apparat Band (Mouth To Mouth) che, in apertura, ci porta diritti all’opera con tanto d’accompagnamento della The City Of Prague Philharmonic Orchestra e al feat della soprano Michaela Šrůmová (Hush). Premesse decise, anche ideali per una reinvenzione, eppure il risultato che la bristoliana cerca è un lavoro sottopelle (Sing To Me non è proprio Tonight) che non sempre riesce a catalizzare le urgenze necessarie in scrittura (Mouth To Mouth, tanto per chiarire il concetto). Se Emika punta ad essere una Beth Gibbons in versione Berghain con nel taschino le lezioni di tragedia in musica di Mahler e Rachmaninov (Dem Worlds), obbiettivi e realtà devono ancora trovare allineamenti consistenti ma, d’altro canto, non è una novità che un seguito discografico si presenti come un’opera di transizione.

Rimane una certa nostalagia per i vecchi modi della diva (riproposti in Searching) e non taciamo alcune perplessità nell’interpretazione (Criminal Gift o la scialba cover di Wicked Game di Chris Issak) assodato comunque il fascino di un set di canzoni dalla presa sulla lunga distanza dove l’infanzia a Praga, l’adolescenza a Bristol e una Berlino a far da ponte tra passati e presenti creano un’atmosfera ammaliante e non priva delle giuste gradazioni di grigio.

22 Maggio 2013
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