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Su Eric Clapton andrebbe infine fatta chiarezza: eterno santino per legioni di chitarristi della domenica e improvvisati rokkettari provinciali, “manolenta” ha dato il meglio con i Bluesbreakers, gli Yardbirds e Derek & The Dominoes. Già i Cream ponevano problemi: bravini quando si davano alle canzoni stringate sbiancando il blues, restavano al palo con le loro interminabili tirate strumentali che annunciavano il prog. Volergli male fino in fondo dunque non si può, ma il loro ruolo nelle enciclopedie del rock è da ridimensionare.

Degli inverecondi Blind Faith meglio non parlare, e quanto al Clapton dei ’70, al pari di altri figure coeve incarna per chi scrive quell’autocompiaciuto, retrivo soft rock che il punk avrebbe giustamente massacrato. Eppure, a fronte di un triste bagaglio di sventure umane, finisce che dare addosso a costui è come parlar male di Madre Teresa. Quando però il business lo introduce tre volte nella “Rock And Roll Hall Of Fame”, qualcosa di storto deve esserci; idem se “Rolling Stone“ lo piazza quarto dei “100 Migliori Chitarristi Di Sempre” e qualcuno gli tributa omaggi come questo.

Che secondo logica è una prevedibile parata di virtuosi hi-fi tutti tecnica e zero comunicativa. Salvi giusto un BB King del ’63 alle prese con How Blue Can You Get, bonus track inserita per mostrare una delle radici del suono claptoniano. Il resto sono immonde seghe di gentaglia da mettere al muro per l’idea di musica che porta avanti. Che vita di m***a.

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