• Ott
    13
    2017

Album

Phonarchia

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Pochissimi in Italia riescono a maneggiare blues-rock e testi in italiano ricavandone qualcosa di significativo che vada oltre la didascalia o, peggio ancora, la parodia. Gli Etruschi from Lakota rientrano tra questi, almeno a giudicare da un Giù la testa che elimina il caos fricchettone ma a suo modo promettente del precedente disco Non ci resta che ridere, preferendogli invece un immaginario elettrico solido ed entusiasmante sull’asse Black Keys, Jack White e persino Jimi Hendrix. Il tutto senza perdere l’ironia che contraddistingue da sempre la formula musicale della band pisana e che qui trova una sua dimensione in versi pungenti che parlano a loro modo di società e rapporti umani.

A parte la energica Eurocirco (zeppeliniana riflessione sull’Europa che non lascia troppe speranze), una Bibidi Bobidi Bu che innesta ritmiche funk su un tripudio di allitterazioni e rime da cui spunta pure un surreale Michael Jackson e una Stivale che aspira a un James Brown impastato da un’armonica a bocca (quella del nuovo membro della band, Tomas Newton), in scaletta spiccano il blues-soul sudato di Quando vedo te, una title track che è un boogie incentrato sulla paura foraggiata dai fatti di cronaca («Può sembrare molto strano, posso sembrare “matto” / a dare retta troppo a quello schermo piatto / mi accompagnano ridendo visioni d’orrore / e la voce dei reporter scandisce le mie ore») e una Super che è un sarcastico proiettile sparato contro i supposti superomismi di questa triste epoca («Hey uomo! Uomo dove sei? / Non credi che quelli come me e te siano fortunati? / Perché sono nati in un secolo super / Super supermercati, super supereroi, benzina super, la supercoppa, il superotto, superalcolico, supersonico sopra una superstrada / Super Do You Wanna Be The Loser?»).

Sembra tutto facile, perché in fondo quelli che si ascoltano sono suoni ampiamente istituzionalizzati, ma in realtà non lo è per niente, e per la stessa ragione: tirar fuori materiale originale da tali premesse stilistiche, lavorando solo sulla scrittura e sugli incastri tra gli strumenti, è un’operazione tutt’altro che banale. Luigi Ciampini non sarà forse Mitch Mitchell della Experience, ma lavora bene sui sincopati della batteria, riuscendo a tenere le fila di un suono che cerca consapevolmente la citazione (Jimi), come del resto una buona varietà nelle geometrie; Dario Canal, con quella voce meravigliosamente sbrindellata e acida, è credibilissimo nel ruolo del vocalist tutto impeto che si è scelto; i testi non sono certo scarabocchi, anzi si va ben oltre la media, e si adattano alle strutture corali e piuttosto “movimentate” dei brani. Insomma, gli Etruschi From Lakota hanno fatto un notevole passo in avanti con Giù la testa, e meriterebbero la giusta considerazione.

22 Dicembre 2017
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