Live Report

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Che la si ascolti in forma di demo, su disco ufficiale, dal vivo con le chitarre elettriche di Giorgio Canali o accompagnata da un terzetto d’archi come in questo caso, la canzone d’autore di Vasco Brondi rimane una questione tra l’autore e l’autore. Un modulo comunicativo voce/chitarra poco propenso alla conversazione creativa e che riserva spesso alla musica che gli sta attorno un ruolo prevalentemente descrittivo. Poi c’è il caso particolare di questo concerto: poteva essere una buona occasione per una contaminazione interessante tra due mondi agli antipodi – il classicismo degli archi e le ruvidezze nichiliste del cantato – e invece tutto si riduce a un accatastarsi di livelli senza uno spartito corale che organizzi i contenuti in maniera significativa. Con il violino di Rodrigo D’erasmo, il contrabbasso di Stefano Pilia e il violoncello di Guglielmo Ridolfo Gagliano a perdersi in un tappeto noise di effetti capace di alzare i volumi nei momenti di catarsi ma poco propenso all’arrangiamento elaborato (fatta eccezione, forse, per la sola Sere feriali).

Contenuti di valore filtrati da una poetica peculiare, qualche caduta di tono, ma soprattutto un’occasione per riflettere sulla “durabilità” del progetto Le luci della centrale elettrica. La verità, se escludiamo le convergenze obbligate con lo zoccolo duro dei fans perennemente – e acriticamente – in sintonia con l’estremismo verbale da generazione zero del Brondi, è che ultimamente viene inevitabilmente da porsi qualche domanda. Anche perchè nel giro di due anni la carica impulsiva del messaggio è deflagrata, ha fatto vittime eccellenti e non (noi compresi) ed è scemata, in favore un immaginario che impressiona ancora, pur offrendo il fianco anche a una certa retorica. Dovrà faticare non poco il titolare del progetto per uscire dallo stereotipo del cantore da quartiere popolare che si è ritagliato in questi anni, nonostante le boccate d’ossigeno che le parentesi di reading – ma i Massimo Volume sono un’altra cosa – sembrano garantire al set.

La cronaca dell’evento si riduce a un paio di momenti particolarmente riusciti: una conclusione di concerto con i musicisti a suonare in platea circondati dal pubblico e una cover del De Andrè de La domenica delle Salme irriconoscibile e “brondizzata” a dovere. Il resto è una buona introduzione per i neofiti e un Vasco Brondi al solito generoso e umile di fronte al suo pubblico. Con buona pace dei diciassette/venti euro spesi dalla maggior parte dei presenti.

15 Aprile 2010
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