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La storia del rock in poco più di 500 pagine. La sfida è ardua, se non impossibile, già a monte. Che cos’è il rock? Fino a vent’anni fa – e dagli anni Cinquanta in avanti – il discorso era manicheo e cristallino: rock è tutto quello che può essere identificato con una chitarra elettrica, che deriva dal capostipite blues o magari che può essere ricondotto a quella bugia meravigliosamente vendibile che è sempre stato il concetto di “ribellione” in musica. Ma nel 2015, dopo il post-rock e il melting pot globale “internettaro”, cos’è rimasto del rock? Abbandonate le chiome fluenti e i “god save the queen” sarcastici, resta forse da associare alla parola giusto il concetto di “destabilizzazione” (formale, estetica, quasi sempre riferita all’ambito musicale più che a quello sociale) o poco più. Insomma, roba che della mitologia e di un genere musicale preciso conserva ben poco, preferendo invece un pragmatismo che con la figura del fan “tradizionale” non ha molto a che vedere.

Mentre la critica internazionale sposta il baricentro verso un discorso sociologico/saggistico che vede nella musica un terreno fertile e per fortuna instabile – almeno quanto è fertile e instabile la modernità – per analisi tematiche ma approfondite, Ezio Guaitamacchi (direttore della rivista musicale Jam, critico musicale, docente) sceglie una taglio classico e rassicurante che invece nella mitologia sguazza. Nulla di male, sia ben chiaro, eppure è lo stesso libro a parlare per lui: a parte il testo principale che nonostante tutto tenta di affrontare l’argomento con un taglio sociale, il resto è un corollario di frasi celebri di rockstar, aneddoti musicali e di costume (alcuni assai noti, altri meno), timeline con date ed eventi fondamentali. Insomma, non solo un breviario per le vicende narrate, ma anche un collettore di “bonus track” per feticisti dell’iconografia, soprattutto se giovani e con pochi ascolti alle spalle.

L’altro elemento stridente del testo è che, pur essendo un libro voluminoso, non ci sembra possa vantare velleità enciclopediche, limitandosi a raccontare una storia selezionata che prevede protagonisti di cui viene affrontata brevemente l’ascesa, il ruolo ricoperto nello scenario culturale di riferimento, qualche nota su singoli o album fondamentali. Del resto il libro è per forza di cose costretto ad affrontare moltissimi argomenti in (relativamente) poche pagine, e le discografie poste a corredo a fine capitolo non aiutano molto, dal momento che sono una selezione di titoli fondamentali ma non esaurienti. Posto che comunque è lo stesso autore a porre dei paletti, confinando l’analisi a dodici marco-capitoli: le radici del rock, rock’n’roll anni 50, folk revival anni ’60, beat-rock blues inglese, l’ascesa della black music, la scena psichedelica dei Sessanta, progressive e glam, il punk di fine Settanta, hard rock & heavy metal, funk-disco-reggae-rap-nu soul, il rock negli anni ’80, il grunge.

Insomma, non stiamo parlando dell’Enciclopedia della musica rock curata da Cesare Rizzi e Riccardo Bertoncelli a metà anni ’90 (un’opera che chiaramente aveva anche altre finalità), ma di un testo destinato a chi ha masticato pochi libri musicali, non possiede una discografia particolarmente nutrita o magari ignora quelli che sono stati i passaggi fondamentali dell’evoluzione del rock fino agli anni ’90. Questa categoria di ascoltatori troverà ne La storia del rock una bella guida e tutte le vicende fondamentali per comprendere un immaginario, prima che un genere musicale. Guaitamacchi è uno appassionato, che conosce bene il mestiere e ha probabilmente vissuto in prima persona alcune delle vicende narrate. In questo senso, il suo testo regala un viaggio interessante che chiama in causa ciò che il rock era fino a ieri, ovvero un motore di aggregazione sociale capace di trasformarsi in testimonianza storica e culturale. Oggi la questione è un po’ più complessa, sottoposta come è alla centrifuga dei tempi e delle microinfluenze stilistiche, ma l’autore tenta comunque, nel recinto in cui si auto-confina, un’operazione nobile nelle finalità prima che nella sostanza, per quanto inevitabilmente nostalgica.

16 gennaio 2015
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