Recensioni

5.3

In verde età, americani, con un’innata passione per un’epoca da loro mai vissuta. Gli EZTV, stabili a Brooklyn, si sono fatti avanti soltanto l’anno scorso con l’esordio Calling Out per diffondere il verbo di un pop derivante dal rock che va a braccetto con il folk, assolutamente memore delle proprie origini ben radicate a metà degli anni Sessanta. Il focus del trio è infatti incentrato sul revival jangle, e dunque sul ridare vita a quelle chitarre altisonanti che avevano caratterizzato le composizioni di band quali Byrds, Simon and Garfunkel e Beatles, arrivando a toccare in tempi più recenti i pezzi dei R.E.M. negli Stati Uniti e degli Smiths nel Regno Unito.

High in Place è il secondo capitolo di quest’avventura di riscoperta e rispolverata in chiave più moderna di tale genere, un disco che in realtà non riesce a discostarsi troppo dalle gesta del debutto, condividendo con esso forse eccessivi punti sia sul piano del songwriting, sia su quello delle architetture armoniche. Detto ciò, non si può negare che i dieci brani del disco risultino ad ogni modo orecchiabili e piacevoli all’ascolto, fin dall’apertura High Flying Faith, che strizza fortissimo l’occhio ad alcuni riff molto noti a Michael Stipe e soci (e non solo). C’è l’intimismo di Reason To Run che si tramuta in omaggio beatlesiano e si prolunga in Clear, c’è il rimando alla musica di Morrissey e all’indie d’inizio anni Duemila in Hammock, c’è la delicatezza di Temporary Gold, che cede il passo alla romanticamente corale Still.

La voce di Ezra Tenembaum è lontana, quasi sopraffatta dalle trame strumentali, dentro le quali la corposità delle linee di basso la fa da padrona al fianco dei dialoghi mielosi tra le chitarre. High in Place è un album che si fa ascoltare e sicuramente verrà apprezzato dagli amanti del genere ma anche dai curiosi alle prime armi; tuttavia, non è capace di superare i limiti di ciò che lo ha preceduto, e per questo motivo ci pare un’opera incompleta e ancora in attesa del sigillo del suo autore.

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