• apr
    07
    2015

Album

Universal

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Annunciato senza battage – ma ormai è solo l’altra faccia del guerrilla marketing in cui siamo immersi – su Twitter, con un link che segnalava la pubblicazione in digitale in esclusiva su iTunes, Squallor è l’ottavo album ufficiale di Fabri Fibra e prosegue il percorso di de-sputtanamento del nostro inaugurato con Quorum e Controcultura (2010) e culminato nel precedente Guerra e pace (2013). Fibra punta a un disco basic, asciutto e diretto nonostante la lunghezza esagerata (21 brani e 92 minuti), da una parte molto anni Novanta, dall’altra sporcato dalle – pare inevitabili – piacionerie produttive anni Duemila (effetti sulla voce, innesti cross-electro-hop un tanto al chilo) e ritornelli melodici cantati. Non mancano sparsi i momenti buoni, quelli in cui Fibra va a valanga, per esempio, o quelli in cui il rappato si incastra con le basi invece che limitarsi ad appiccicarvisi sopra, ma su tutto prevale – montante prima e da un certo punto in poi costante – un senso di stanchezza che fa sbuffare “che palle” e insultare le casse del PC ogni due per tre.

È Fibra che si auto-sabota, ingabbiato dal suo stesso personaggio e dal suo stesso stile, soprattutto dai suoi stessi materiali, come una bestia legata alla macina che si muove in tondo: ok l’egotrip costitutivo del genere, ok lo smerdamento della scena costitutivo del posizionamento del nostro, ok le droghe e le donn(acc)e, il cash come orgoglio e il successo più croce che delizia, ma il tutto è intanto mischiato senza criterio, senza coerenza con quello che sulle prime – dal titolo e dall’attacco – può sembrare il tema del singolo pezzo, e poi proposto in coazione a ripetere in una girandola di cliché, autorefenzialità, automatismi e giochi facili che tarpano molti dei possibili guizzi linguistici, prosodici, musicali. Se pure alcuni feat sono più azzeccati e speziati di altri (il francese Youssoupha sulla reggaeggiante Rock that Shit, Nitro e Salmo taglienti su Dexter), se pure alcune strofe funzionano bene (E.U.R.O.) e alcune basi sono sopra la media (Alieno, A volte, A casa), se pure alcune analisi sono lucide (la consapevolezza – autocritica – de Il rap nel mio paese ed Escobar: “oggi se lo fai è colpa mia”), idee efficaci per quanto anche semplici vanno a gambe all’aria dando l’impressione di avere fatto molto non con la mano ma con il piede sinistro (Cosa avevi capito?) e in generale il qualunquismo contro- si taglia con la mannaia (“la vita è una puttana che paghiamo ai politici”, da Amnesia).

Se Controcultura era l’abiura inevitabile del “tradimento” mainstream, ma comunque interessante e vivacizzata da momenti a fuoco perché capace di cambiare le carte in tavola rispetto al sensazionalismo precedente (e Guerra e pace approfondiva quella vena riflessiva), Squallor pare quasi una raccolta di b-sides, un lavoro incoeso e senza momenti memorabili oltre il tormentone radiofonico. Si fa fatica a distinguere un brano dall’altro, a trovare l’identità dei singoli pezzi, e allo stesso tempo sembra mancare una visione generale che dia un senso al tutto oltre lo sfogo e oltre la retorica che ben conosciamo. Uno dei pezzi di punta, lanciato come singolo, si chiama Come Vasco, ed è un brano che sopra l’inciso strumentale – invero velenoso – non mette molto che vada oltre la sufficienza, con al centro un tema vecchio (specie per il nostro: la (fama di) celebrità, i suoi ingranaggi e i suoi cicli) e un rapping buono ma senza zampate vere. Nell’89 un Jovanotti ancora percepito dai più come “cosa rap” proponeva a Sanremo la sua Vasco, mito e simbolo dello stile di vita spericolata per quelli che alla notte ritornano alle tre. Fibra da un lato dà la sferzata ai molti e ai piccoli e dall’altra celebra il singolo e il grande, cantando Vasco, dopo un quarto di secolo, come un sopravvissuto. Probabilmente rivedendo in lui se stesso.

20 aprile 2015
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