• feb
    04
    2014

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Autoprodotto

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C’è un una dimensione “romantica” tutta italiana, in questo disco di Fabrizio Paterlini. La si coglie, oltre che nella musica, anche nei titoli dei brani (My Piano, The Clouds, Empty Room, Conversation With Myself, If Melancholy Were Music, Wind Song) ma soprattutto nel modo in cui l’album è nato. Otto tracce conseguenza diretta di un’iniziativa dello stesso Paterlini, che nel 2012 chiede ad alcuni amici di spedirgli qualcosa che simbolizzi il concetto di “malinconia”. Gli arrivano immagini, frasi, pensieri, a cui lui pensa bene di ispirarsi per comporre The Art Of Piano.

Le differenze rispetto al passato sono minimali e risiedono tutte nel fatto che questa volta il musicista si affida esclusivamente al pianoforte, senza appoggiarsi agli archi che avevano caratterizzato il precedente Now. Poco male, perché le melodie strumentali che il mantovano riesce a cavar fuori rimangono qualcosa di così personale e al tempo stesso immediato, da non avere bisogno di molto altro. Le potremmo definire chill-out o ambient, ma così facendo ci parrebbe quasi di far torto a una musica che invece respira a pieni polmoni la lezione di Chopin, Erik Satie, Yann Tiersen ma anche di un Ludovico Einaudi, pur restando, nel suo minimalismo, qualcosa di davvero peculiare.

Nel peggiore dei casi, dischi come questo stanno in una forbice tra il supponente, l’intellettuale gratuito e la copia carbone di altri dischi, proprio perché veicolano la personalità del titolare del progetto senza troppi filtri (e non è sempre un bene) o abbracciano un mercato di massa fin troppo accondiscendente: nel caso di Paterlini – autore ben accolto più all’estero, che in patria, viste le uscite discografiche in Giappone, le citazioni su alcuni magazine specializzati americani e inglesi e le date live in Oriente e in Russia – la sensazione è di trovarsi di fronte a un compositore sensibile, acuto e capace, astratto da una contemporaneità fugace ma ben calato in una musica che ha già i crismi del “classico”.

2 aprile 2014
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