• Ago
    19
    2016

Album

DFA, Pias

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Dopo aver conquistato a man basse la prima leva del post-punk che contava (una collaborazione con Mark Stewart nel 2012 e un remix di Richard H. Kirk l’anno precedente) e soprattutto dopo che Nik Colk Void ha attivato assieme ai due Throbbing Gristle, Chris & Cosey, l’ottimo trio Carter Tutti Void (il precedente era stato Chris Carter, che nel 2010 aveva remissato la loro Lying), il progetto Factory Floor era approdato già dalla prima prova lunga ad una formula asciugata, krauta nel senso del macchinico house, ascetica per inossidabile ostinazione. Del resto, la strada verso questo scientismo, una sorta di versione integralista del Clonk dei Sweet Exorcist (andatevi a riascoltare la ristampa Clonk’s Coming) dagli ossessivi rimandi acid e wave, era stata aperta dal singolo Two Different Ways, e da allora al minimalismo per incastri e orologeria di oggi c’è stato quell’esordio omonimo che ancora conservava un legame diretto con la live performance, un sound più vissuto ed in presa diretta.

Nel nuovo 25 25 dell’ora duo – dopo l’abbandono di Dominic Butler (ora sulla Diagonal di Powell sotto il nome di Bronze Teeth) – i ranghi si sono ristretti e quella sospensione tra ritmi strattonati acid house si è fatta giocoforza ultra minimale, sfida al less is more. Le tentazioni 80s sono ancora lì (vedi gli Yello e i New Order più electro citati indirettamente in Ya), la primissima house di Chicago con i suoi riff angolari è ancora la radice del discorso (la washing machine di Mr Fingers chiamata in causa in Dial Me In e Meet Me At The End, così come il gioco dei ritmi che diventano selvaggi di Virgo), eppure nei nuovi FF la programmazione dell’hardware si è fatta totalizzante, e qualcosa di quell’estasi post-industrial fatta con le Roland e i modulari s’è persa.

Diversamente rispetto all’ondata di sabotatori bleep della primissima scena rave britannica (pensate a Testone sempre degli Sweet Exorcist o alla mitologica LFO di LFO), l’approccio dei Factory Floor risulta adesso più che mai controllato (in remoto), maniacalmente ripetitivo, studiato da ogni angolazione, svincolato da proiezioni sul club, da chi, in definitiva, adora feticisticamente queste macchine e non ha il gesto deliberato di chi le vuole spremere fino all’ultimo bleep per far muovere il culo alla working class inglese. Ma quest’approccio integralista alla fine ripaga e conquista, conferendo a questa colorata matematica risultati anche sublimi, con una manciata di tracce in particolare a rappresentare autentiche sfingi, inconoscibili nella loro essenza fatta di carne e silicio (e a ben pensarci è sempre stato questo il bello dei FF).

La citata Ya o gli episodi più ossessivi del lotto come Wave (treno implacabile di bleep e contrappunti in preset), Slow Listen (tra circolari voci fantasmatiche e tribalità per tablas meccaniche) o Meet Me At The End (circolarità acid tenuta sul filo tra inseguimenti di voci poltergeist e ostinati hi hat a picchiare in testa), sono tutte tappe piramidali di un percorso che conduce ad un misto di estasi e castigo, un altrove voyeuristico dove per pornografia s’intende solo la mera circuiteria.

19 Agosto 2016
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