• Feb
    10
    2014

Album

New World Records

Add to Flipboard Magazine.

C’è stato un periodo in cui i londinesi Fanfarlo venivano etichettati come la risposta inglese agli Arcade Fire. Un paragone che, a conti fatti, ha segnato in negativo l’evoluzione della carriera del gruppo capitanato dallo svedese Simon Balthazar, sia per l’evidente incapacità di giocare alla pari con i canadesi (con i quali hanno condiviso il palco a Bologna nel 2010), sia per una nomea difficile da scacciare.

Se è vero che il precipitoso accostamento inizialmente contribuì a traghettare il loro nome fuori dai confini inglesi e a promuovere indirettamente il buon debutto Reservoir (pure David Bowie spese ottime parole al riguardo), successivamente finì per diventare un’arma a doppio taglio, quando ci si rese conto che in realtà gli inglesi puntavano a tutt’altro e che certe attenzioni erano forse eccessive. Ci pensò il secondo, ed interlocutorio, album Rooms Filled With Light (meno folkish rispetto all’esordio) a ridimensionare le quotazioni, nonostante l’immutata abilità nello scrivere quelle che comunemente vengono chiamate “belle canzoni” (Shiny Things o Replicate, in zona Patrick Wolf).

Nella situazione – già al terzo album – di chi ormai non ha più nulla da perdere, i Fanfarlo pubblicano per la loro label New World Records quello che è in tutti i sensi un viaggio sull’origine dell’uomo e sulla sua evoluzione, intitolato con un po’ di ironia Let’s Go Extinct. Le volute – e probabilmente necessarie – sbandate verso la pomposità erano già rintracciabili all’interno dell’EP The Sea pubblicato l’anno scorso, ma qui si concretizzano andando a braccetto con il pretenzioso concept alla base.

Alla fine ci si imbatte nella consueta, vastissima, gamma di accessori (trombe, violini, stumenti tradizionali), al servizio di canzoni registrate nei suggestivi Bryn Derwyn Studios e prodotte da un David Wrench piuttosto abituato a dirigere situazioni di eclettico pop. Una tracklist che vede in apertura i sei minuti briosi e scorrevoli di Life In The Sky, dalle melodie a due voci a cavallo tra Fleetwood Mac e Arcade Fire, e che prosegue accarezzando atmosfere sempre più dandy-crooning (Balthazar insegue certe cadenze di scuola Noah & The Whale) e proponendo alterazioni di sintesi targate Talking Heads, come nel caso di Cell Song e A Distance – già presente all’interno di The Sea EP – dai retrogusti ad altezza Bowie anni ’80. In Myth of Myself, troviamo un Balthazar in ottima forma a livello consapevolezza vocale, tanto da avventurarsi in giochini alla Hayden Thorpe, mentre Landlocked sembra voler lanciare il più classico dei trenini.

Ma è con il trio finale che il fascino aumenta: The Grey and Gold è una sofisticata timeless driving-track da tramonto, con tanto di cowbell, archi pizzicati, fiati e piano; The Beginning and The End è forse il brano dalla melodia – avvolta tra passaggi raffinati e soffusi – meglio concepita; la conclusiva title track è la perfetta lullaby di chiusura. Insomma, qualche bella rivincita con Let’s Go Extinct i Fanfarlo se la sono presa; rimane però quella sensazione di trovarsi davanti a musicisti – alla batteria c’è la new entry Valentina Magaletti – decisamente capaci ma a cui manca un marcato tratto distintivo: se tra vent’anni sentiremo per caso un loro brano, molto probabilmente la reazione sarà “uh, bella questa… chi erano?”.

29 Gennaio 2014
Leggi tutto
Precedente
Pontiak – Innocence Pontiak – Innocence
Successivo
Goat – Live Ballroom Ritual Goat – Live Ballroom Ritual

album

recensione

concerto

artista

artista

artista

artista

recensione

album

Altre notizie suggerite