Recensioni

7.2

Compiutezza è la parola che viene in mente. Compiutezza. Sospettavate anche voi che dietro a quel fare da lucidi cazzoni ci fossero dei potenziali hitmaker? Serfs Up! dice che ci avevate visto giusto. Lias Saudi e i suoi, sotto sotto, si divertivano. Si prendevano gioco del formato pop, giocavano a non dare punti ovvi di riferimento se non le loro provocazioni, a epater les bourgeois e musicalmente a scazzare come pochi, e stavano preparando una velenosa sorpresa di musica-per-le-masse. Serfs Up! è un indizio, quasi una prova.

A dei tipacci come loro non farà certo specie il nostro linguaggio scurrile: siamo qui per dire che la nuova creatura musicale a nome Fat White Family ci pare la meglio formata e la più intrigante sfornata fin qui. Che fossero dei potenziali guastatori pop e non dei guastatori e basta ce n’eravamo già accorti. Per un album tutto di singoloni motorikpsychopunk come The Whitest Boy on the Beach ci avremmo infatti messo la firma. Su questo frangente non ci siamo ancora. Ma è ok comunque. I dieci pezzi di Serfs Up! non sono dieci bombe del genere, ma mine vaganti che come tali sanno agganciare l’ascoltatore e farlo saltare di sorpresa. Sì, le chitarre acustiche sgangherate, le ditties ubriache e un po’ sporche e le vaghe nostalgie C-86 appena accennate le abbiamo lasciate ai tempi di Champagne Holocaust. L’attitudine storta quella no, rimane anche quando si prendono sul serio melodie e ritornelli. Prima si pensava a Captain Beefheart e Syd Barrett, ora addirittura ai Beatles: sentite Rock Fishes. E non è il brano migliore, intendiamoci: vince I Believe in Something Better per il momento, elettronica sporca e minimal-robotica alla Suicide con un po’ di industrial e dub e l’ormai noto cantilenare psichedelico (voce filtratissima) che si accende di synth lancinanti e stonati come un organo da chiesa su cui ci si sieda sopra – un piccolo ingegnoso capolavoro di attitudine-zero-sbattimento (o meglio quella è l’impressione che dà, dietro c’è un brain-storming di menti perverse che pensano musica e vogliono blandirvi mentre vi disprezzano: sono i Lars von Trier del nuovo pop made in UK, sono degli Sleaford Mods che cantano…).

Questi slacker cattivi sono dei veri viziosi del pop, e come tali sanno manipolare proprio il lato vizioso del pop e deformarlo di volta in volta a piacimento: quando ingarrano singoli come Feet (gli Einstürzende Neubauten con archi e beat disco) e Tastes Good with the Money (uno di quei boogie che tiravano ai tempi del glam come stiracchiato dai Jesus & Mary Chain del terzo album e dintorni), ultracool – e anche un po’ paracool – senza neppure rinnegare il piglio sempre un po’ scrauso da lo-fi band, ecco, se non si battono proprio le mani si annuisce come minimo convinti. Anche le solite giravolte – adesso arriva un electro-funk alla Prince (Fringe Runner), adesso un pezzo neoclassico (Oh Sebastian), adesso il blues signature languido e venefico (When I Leave) – hanno un fil rouge convincente; in generale si può dire che Serfs Up! incanali in una forma più matura le varie sperimentazioni di Songs for Mothers, dando all’elettronica una parte preponderante del sound e, se non ripulendo lo stesso (sound), senz’altro rendendolo più professionale e curato. Non ci avevano mai convinti così i Fat White Family. Hanno deciso che cosa fare da grandi, forse. E chissà che questo “grandi” non voglia dire poi grandi per davvero.

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