• Dic
    12
    2012

Album
VI

Autoprodotto

Add to Flipboard Magazine.

L’ombra lunga degli Smiths continua a influenzare, a distanza di quasi tre decenni, decine di band. Le intuizioni della coppia MorrisseyMarr dopotutto sono talmente eterne che non deve sorprendere se in tutto il mondo (si pensi ai Gene mid-90s, ai più recenti The Drums, Chapel Club e l’ultimo dei The Fresh & Onlys) da anni c’è chi in qualche modo si rifà a certe sonorità.

Formati a Glasgow ma decisamente wannabe-mancuniani, i cinque Father Sculptor durante il 2012 hanno adottato una tecnica non troppo distante da quella messa in atto un paio di anni fa dai Chapel Club (e speriamo non abbiano destino simile, considerate le recenti release di Lewis Bowman e soci): una serie di brani/singoli pubblicati uno dietro l’altro con un album di debutto ancora da pianificare.

Per il momento infatti bisogna accontentarsi di VI, una sorta di EP/Compilation che raccoglie le sei tracce (da qui il titolo) pubblicate negli ultimi dodici mesi più la breve strumentale Interlude. L’universo dei Father Sculptor senza dubbio affascina, sia che siate cultori di Smiths & co, sia che siate ormai stufi del british indie-rock: il leader Thomas David Hall e compagni riescono a creare un contesto sicuramente derivativo, ma pieno di peculiarità decisamente personali.

C’è, ad esempio, una sorta di spettrale tensione di fondo messa in atto tra contrasti soft-hard e guitar-sounds imprevedibili ed interessanti. Priva della struttura classica delle popsongs, Frances è probabilmente il passaggio cardine del lotto: distorsioni lontane, perenne effetto campana di vetro, strofe che si inseguono e un crescendo emotivo che sfocia in un mare di synth di scuola wave. I Father Sculptor hanno un talento unico nel mantenere tutto sospeso, rassicurando con melodie a tratti – solamente a tratti – armoniose e, contemporaneamente, lasciando sottopelle sensazioni sinistre (e non solo per le liriche): si prenda l’intro dell’iniziale Ember come esempio, o il malinconico fraseggio voce+chitarra di Rhein. Degno di nota anche il tiro maggiormente pop di Blue.

Non tutto l’operato riesce a convincere (Aristide non decolla mai) e la sensazione è quella di essere di fronte alla classica band che deve solamente aggiustare leggermente il tiro, stando attenti però a preservare quello che oggi è uno dei loro punti di forza, ovvero la produzione, tanto di basso profilo quanto genuina.

10 Gennaio 2013
Leggi tutto
Precedente
Cryptopsy -The Best of Us Bleed Cryptopsy -The Best of Us Bleed
Successivo
Skrillex – Leaving EP Skrillex – Leaving EP

Altre notizie suggerite