• mag
    05
    2014

Album

Hyperdub Records

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Per chi aveva l’orecchio lungo nel biennio 2012-2013, Fatima Al Quadiri non ha segreti. La sua synth music, praticamente senza campionamenti, fredda e solitaria, sensuale ma al calor bianco, street virtuale e virtualizzata, parente del grime strumentale d’inizio Duemila eppur svuotata di ogni traccia di machismo, aveva goduto di un discreto culto sia tra gli osservatori della svolta vaporosa e ancarco-capitalista dell’hypnagogic pop (vedi l’ottimo articolo di Dummy Mag), sia tra le fila di chi amò la “svolta fredda” della Fade To Mind, sia anche tra quelli che l’osservavano all’interno del dedalo di rimandi e interconnessioni della scena nu eski a partire dallo strategico feat. nell’EP di Visionist, I’m Fine.

A seconda del punto d’osservazione, che fosse prettamente newyorchese (e quindi concettuale) o britannico (e quindi narrativo) – il BODYGUARD di James Ferraro che portava sulla strada il suo Far Side Virtual, o il famoso mix tape di Kode9 -, Fatima è sempre stata un personaggio terribilmente seducente, eminentemente contemporaneo, senza contare il contorno. Nata in Senegal, cresciuta in Kuwait e, infine, residente nella grande mela dopo una serie infinita di spostamenti tra Europa e USA, la ragazza è attiva da qualche anno come giornalista presso DIS Magazine con l’inside blog Global Wav, ha formato con il Lit City Trax J-Cush (che l’ha introdotta al grime in modo sistematico) e Nguzunguzu (altri fieri paladini dello scacchiere Fade To Mind con Kelela) il gruppo alt r’n’b Future Brown, ha cantato a mo’ di Residents inni religiosi musulmani come Ayshay (Warn-U pubblicato da Tri Angle nel 2011) e, non ultimo, ha tenuto lecture al MoMA.

Asiatisch, pubblicato sulla Hyperdub di Kode9 (e tutto torna), è il suo concept sulla percezione dell’Asia da parte di un Occidente “internettaro”, interconnesso eppure solitario e individualista, setting angoscioso in cui la ragazza è stata immersa completamente negli ultimi anni e lente con la quale Fatima ha osservato terzi e quarti mondi vissuti in prima persona. Il disco rappresenta il naturale sbocco di una ricerca tra un globale post-tutto e un virtuale dominante, intrapresa con videoclip come Vatican Vibes (contenuto nell’EP Genre-Specific Xperience pubblicato dalla newyorchese ONO) o apocalittiche/virtualizzate tracce come Ghost Raid (contenuta nell’EP concept sulla Guerra del Golfo, Desert Strike). Contestualmente possiamo anche immaginare il disco in un dopo rispetto ai paradigmatici R Plus Seven di Oneohtrix Point Never e Cold Mission di Logos, eppure Asiatisch – decisamente più potabile e melodico – non è, in primo luogo, un lavoro concettuale, piuttosto una raccolta di composizioni legate da un tema comune. Rimane un po’ fuori luogo la cover in (finto?) mandarino della Nothing Compares To You della O’Connor (Shanzhai, scritta per la biennale dell’omonima città con il feat. di Helen Fung), mentre nel resto di una tracklist variegata e coerente, ritornano, più solide che mai, overture à la Aphex Twin già tentate e tutto un portato di futuristica vertigine (Shanghai Freeway), enigmatiche essenzialità à la Rabit (Jade Stairs) e la consueta manciata di quadretti glossy ai quali Fatima ci ha abitutati fin da Genre-Specific Xperience, pennellando felpati hook melodico-strumentali su rintocchi sino-gregoriani (Szechaun, Szechuan) o apparecchiando scenari a poligono parenti di Bloom e della Glacial Sound.

Disco che seduce, Asiatisch più per un gioco di timbriche, incastri e capacità evocativa che per la composizione delle tracce in sé. Eppure la cifra di Al Quadiri (Shenzehn) sta proprio qui, giocata tra pennellate a vuoto di synth e delicata marzialità, un om sintetico che trova i suoi spazi in virtuali ritualità da nippon plaza. Nulla che le orecchie attente non ascoltassero già all’indomani di Far Side Virtual, eppure un qualcosa di valido con una sua specificità e coerenza.

28 Aprile 2014
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